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Dall'Irlanda ai tropici il tempo non cambia
In realtà dovrei essere in un pezzo precedente perché sono in albergo, a Kotakinabalu, e fuori diluvia. Ma diluvia come raramente (forse mai) ho visto nella mia vita. A dire la verità ormai a questo genere di pioggia ci sono più che abituato visto che da quando sono arrivato in Malesia piove tutti i giorni. Piove tutti i santi giorni, cazzo!
E come piove dovreste vedere... Ogni goccia sembra una secchiata. certo non è sempre così ma nei momenti di maggiore intensità lo è, e fino a pochi minuti fa lo era. se tutti i mali non vengono per nuocere, sicuramente ogni temporale tropicale (e non solo tropicale) viene per rompere le scatole a chi vuole cazzeggiare e si vuole divertire. Infatti, suddetti temporali arrivano con una puntualità spaventosa per quanto è perfetta. Generalmente le prime gocce pesanti le sento appena metto piede fuori di casa a Kuala per cercare un taxi e per avviarmi ovunque debba andare. E, siccome poi i taxi non è che li becco al volo, rischio sempre seriamente di lavarmi.
Direte voi, portati n'ombrello e hai risolto no? Sti cacchi si risolve con l'ombrello! Vi pare che sono uno giambrello come direbbero alcuni autorevoli esponenti della nassa (pochi sanno cos'è, pochi sanno chi è, pochi sanno perché e quei pochi devono rimanere tali, per cui se siete curiosi... rassegnatevi!) l'ombrello (tanto per rimanere in tema di -brello) me lo porto appresso ma serve pressoché a nulla. Si perché quando piove qui piove come si deve e non solo perché ogni doccia è una secchiata ma perché si tratta di acquazzoni misti a vento fortissimi che pure se stai sotto una tettoia di almeno venti metri, al ventesimo metro lontano dall'apertura ti zuppi lo stesso... quando è così l'ombrello serve solo a farti peso nello zaino e a proteggerti dalle prime 5-6 gocce perché poi non c'è scampo!
Forse l'ho scritto prima ma non ricordo e non mi va di andare a controllare ma qui c'è anche un'umidità che fa spavento. Il Lonely planet dice che va dall'80% al 90abbondante% tutti i giorni, dalla mattina alla notte, passando per il pomeriggio e la sera. Senza soluzione di continuità insomma mentre le temperature si aggirano dai 27 (quando fa proprio freddo) ai 34-35 gradi tutti i giorni per tutto il giorno. La sera scendono di 1-2 gradi ma sempre nel suddetto intervallo. In questo luogo, infatti, non esistono stagioni come potete bene immaginare. Apparte quella secca, che dovrebbe essere questa in cui ci sono io e in cui piove almeno 2-3 ore al giorno tutti i giorni, e quella della pioggia, nella quale non oso immaginare quanta pioggia possa cadere. Di certo questo paese non soffre la siccità e si vede dalla vegetazione pluviale, appunto, che si nota, subito, ovunque. Quando piove per poco tempo l'umidità e il calore vengono mitigati e non solo perché si tende a stare al coperto dove c'è sempre l'aria condizionata ma perché gli agenti atmosferici in questione confliggono. Appena la pioggia smette... è terribile l'umidità scatta verso l'alto, la maglietta ti si appiccica alla pelle, senza parlare di tutti gli altri indumenti, compresi quelli intimi. In quei momenti, a volte, mi chiedo se non fosse il caso di usare un bel perizoma, almeno non mi sentirei il sedere completamente incollato ad una doppia pelle artificiale... Ma lasciamo stare le brutte immagini che è meglio. Fatto sta che si butta di caldo, piove sempre e si suda che è una bellezza. a seconda che vi piaccia l'uomo, maschio e puzzolente oppure l'uomo maschietto e profumato... Insomma, il clima è tutt'altro che vivibile per questo capirete bene la conformazione urbanistico-sociale della capitale malese di cui parlo profumatamente nel prossimo pezzetto di reportage.
In conclusione, siamo già arrivati alla conclusione del paragrafetto... corto questo... al contrario di quasi tutte le conclusioni che si rispettino, nelle quali di solito l'oratore spezza una lancia in favore di qualcuno (non ho mai capito se gliela si spezza sulla schiena oppure se è una metafora...) in queste mie conclusioni non spezzo nessuna lancia. Magari lo faccio dopo, che ora sto scrivendo e non so fare entrambe le cose contemporaneamente. Al di la delle mie solite baggianate volevo solo spiegare velocemente il perché di codesto titolo di questo paragrafetto che riguarda il tempo atmosferico. Il richiamo all'Irlanda non è né casuale, né idiota. Vi spiego. In Irlanda si loca attualmente una fanciulla che voglio andare a trovare insieme, per altro, ad un'altra fanciulla amica mia che si sono trasferite lì da poco per un tot di tempo. Forse qualcuno di voi che leggete le conosce. Sono sicuro che qualcuno le conosce... In ogni caso al 100% l'Irlanda sarà il mio prossimo viaggio fuori dai confini del territorio sottoposto all'autorità berlusconiana e, in Irlanda si sa, piove un bordello!!! Mi chiedo a questo punto, sono sfigato che sto sempre sotto la pioggia, o sono un babbione che vado nei posti dove c'è sempre pioggia?
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Varie, eventuali e conclusioni più o meno a caldo
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La mia panza, in Malesia
“oooo com'è bonaaa,
la cucina casereccia de romaaaaa
nuuuun è plasticonaaaaa
come quella che fanno ar mecdonades”
Tra qualche riga capirete perché nelle orecchie mi risuona spesso sta canzone delle Radici nel cemento, anche se la cucina calabrese è ancora più buona i “cchidda i roma”...
Mia mamma me l'aveva detto: “Lì c'è chicken dappertutto!”. In effetti è vero. Il fatto che la maggioranza della popolazione è di religione mussulmana ha fatto si che in cucina si declinassero in tutti i modi possibili una serie di carni che non sono maiale. In quanto i mussulmani la carne di maiale non la possono mangiare. In tantissimi posti neanche la vendono ma nei supermercati i banchi di affettato ci sono e hanno qualche merce anche di purceddu e infatti, come ho fatto io una volta, se ti prendi un etto di prosciutto crudo importato chissà da dove lo paghi direttamente al banco degli affettati e non alla cassa perché agli affettati ci starà di sicuro qualcuno di etnia cinese che può maneggiare quella carne così odiata mentre alla cassa è quasi sicuro che ci siano dei mussulmani e, quindi, non si azzardano neanche a guardarla. In effetti tutto il tempo che sono stato in quel supermercato sono stato l'unico ad avvicinarmi a quel famigerato bancone.
Tornando al pollo tutto sommato lo fanno in molti modi e tutto sommato tutti i modi in cui lo fanno e in cui l'ho assaggiato era abbastanza buono. Lo stesso può dirsi, più o meno per il “beef”, anche quello fatto in mille modi. Ogni cosa ovviamente speziatissima e piccante, il chili qui va a go-go.
Tutte queste cose da me menzionate, però, non possono definirsi veramente cucina malese perché non ne hanno una vera e propria. Intendo dire che quello che mangiano qui è un mix di cibi cinesi, indonesiani, thailandesi ecc ecc Di strettamente malesiano c'è poco e i luoghi dove si può trovare sono abbastanza sconsigliati in quanto peccano pesantemente di ogni forma minima di igiene. Non ricordo i nomi ma ci sono degli intrugli di verdure, legumi e altro che vengono serviti dentro foglie di banano ammorbidite nell'acqua bollente. A proposito di acqua... qui se chiedete un bicchiere d'acqua che non arrivi da una bottiglia di minerale te la danno calda. Non calda temperatura ambiente, calda riscaldata! Mi è successo più volte e la cosa non è che sia il massimo anche se è vero che con questa umidità l'acqua fredda non ti leva la sete. Se, invece, volete bere un bel succo di frutta fresco, al di la che dovete fare attenzione al ghiaccio perché è abbastanza pericoloso, sappiate che li fanno prendendo carote, sedani e un paio di altre verdure, li mettono tutti in un frullatore col ghiaccio, frullano e mettono tutto dentro una specie di sacchetto domopak, quelli per il freezer di casa, ci mettono una cannuccia dentro e con un elastico o un laccetto chiudono la bustina stringendola alla cannuccia. Et voila, il succo di frutta è servito!
Insomma, alla fine della fiera, di cibo malese ne ho mangiato davvero poco, ho assaggiato qualche piccola cosa ma niente di che. La domanda da 1.000.000 di dollari è questa: “Come cacchio ho fatto ad ingrassare questo mese che sono stato qui?” (perché è evidente che 2 chiletti lui ho presi tutti!). La risposta in parte credo che stia nel fatto che seppur non c'è una cucina malese vera e propria che sia gradevole e appetitosa ci sono comunque ristoranti e fast food di ogni genere. In ogni centro commerciale c'è sempre almeno un piano dedicato interamente alle cibarie di ogni parte del mondo, Asia su tutte; indiano, giapponese, cinese, thailandese, vietnamita, arabo, taiwanese, ecc ecc. Tutti questi posti hanno più o meno prezzi abbordabili per cui capita che ci si faccia delle buone mangiate. Poi c'è Benedin, a casa, e i fast food, ovunque in città, dove ormai sono quasi di casa che sono Pizza Hut che non fa la pizza come la intendiamo noi ma è pur sempre mangiabile e poi c'è O'Brien che è un paninaro che ti fa scegliere tra un sacco di ingredienti a piacere per imbottirti i panini. Ovviamente anche questa è una catena di negozi e non un semplice paninaro che non esiste in questa parte del mondo. Purtroppo nei posti veramente cinesi, indiani o malesiani è davvero difficile mangiarci. Non solo per gli odori che sono fortissimi e sconosciuti al mio cervello ma, come dicevo prima, soprattutto per le questioni igieniche che sono davvero in pessime condizioni. Ma davvero pessime. Dite voi, se loro le mangiano ste cose perché tu non dovresti provarle? Il discorso non fa una grinza. Il problema è che il mio corpo non ha mai conosciuto certi tipi di germi, batteri o come cavolo si chiamano che qui invece sono di casa. La qual cosa, come insegnano tutti i biologi, potrebbe indurre il mio corpo a prendere una serie di malattie sconosciute in Europa ma che qui circolano alla grande. Siccome non ho fatto nessun vaccino prima di venire, meglio evitare... In ogni caso mi sto abbuffando di cibi dal mondo, cosa che è comunque positiva. Ultima in ordine di tempo è stata una buona mangiata di Tacos e carne messicana, il tutto corroborato da vino e tequila...
Infine, è immancabile il ristorante italiano. Ce ne sono ovunque, anche se non tantissimi. A Kotakinabalu c'era Peppino, a Kuala Lumpur invece svetta su tutti mpare “Ciccio” che col forno a legna fa una pizza buonissima e a quanto pare anche un'ottima pasta fatta in casa che non tarderò ad assaggiare quanto prima. Forse anche stasera. Poi ci sono i ristoranti magrebini, francesi, ecc ecc...
Chissà come avrò fatto a prendere sti due chiletti... boh....
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Degli Italiani e di altra brava gente
piccola introduzione per segnalare il fatto che i nomi di personaggi e soggetti stranieri (il cui presunto stato di provenienza è indicato nel mezzo tra due segni curvi, uno concavo e uno convesso, noti col nome di parentesi tonde, cioè come quella proprio dopo questa parola) esistiti veramente non è detto che siano scritti in maniera corretta, per cui se vi sembra che ci sia qualche nome assurdo non fateci caso. si spera, in ogni caso, che i nomi delle comparse italiane siano scritte in maniera adeguata.
Benedin (Myanmar – ex Birmania): E' la donna che fa le pulizie in casa. La prima persona con cui ho parlato al mio arrivo, dopo mio fratello. Piccola e minuta si caratterizza per un certo orgoglioso servilismo. Non è un ossimoro, vi spiego. Lei fa il suo mestiere che comprende fare di tutto per il Sir ma se per caso ti azzardi a fare qualcosa al posto suo si arrabbia e se la prende. Non essendo abituato a tale genere di servizio non faccio altro che dire grazie e lei, secondo me, a volte non capisce il perché...
Marco ed Eva (Roma): Come Adamo ed Eva. Peccatori e gioviali. Le serate con loro sono decisamente animate e divertenti e rendono piacevole questo pizzico di romanità che vige anche qui, a Kuala Lumpur. In loro compagnia il mio fegato sembra rivivere certi momenti di erasmus che ormai avvenivano davvero di rado... Da segnalare un mega piatto di pasta fatta a mano che ha riportato le mie papille gustative ai tempi della miglior tradizione culinaria italiana, sarà che qui poche volte si mangia bene davvero, ma quelle fettuccine erano proprio buone e il bis che ho fatto (compreso di scarpetta nel piatto e nella pentola) né una conferma!
Olwyn (Ireland), Salvatore (Napoli), e altri di cui per il momento non ricordo il nome: Formano la combriccola di ragazzi universitari europei presenti nella capitale malese con i quali ho passato i primi 3 mercoledì sera in città che sono l'equivalente dei giovedì universitari delle città universitarie italiane: in giro per locali e ubriachezza molesta. Olwyn in special modo si è rivelata una persona molto simpatica e alla mano oltre che una sequestratrice di professione. Abbiamo rischiato l'arresto, e ne vado piacevolmente orgoglioso!
Anisha (Malesia): E' stato il mio contatto con
Yuni & friends (Indonesia): Mussulmana “feroce”, anche se col capo scoperto, sposata, divorziata con una bambina di 8 anni e una storia davvero difficile, quanto comune dalle sue parti, alle spalle. Ci siamo fatti un paio di chiacchierate sui rapporti tra uomo e donna, sul matrimonio e sul sesso. Seppur con punti di vista inavvicinabili ha avuto il merito di sbattermi in faccia una realtà di cui fino a quando non l'ho conosciuta, l'avevo sentita descrivere in maniera approssimata e ideologica solo tramite i giornali. Di contro, grandi risate con tutta la sua combriccola.
Leandra (Malesia): Inutile nascondersi dietro una foglia di fico. Troppo carina e anche troppo simpatica. Uno dei ricordi più belli del week-end a Kotakinabalu sono sicuramente i suoi sorrisi e le sue risate ma anche certi discorsi che dimostrano che non tutte le donne locali sono disposte a farsi mettere i piedi in testa dagli uomini (chi mi conosce sa quanto questo mi piaccia). Specialmente se sono coreani, eheh (noi due sappiamo cosa vuol dire questa specificazione). Ottima bevitrice, dal fisico minuto ma molto attraente.
Combriccola dell'ambasciata e altri italianotti: non li ho conosciuti bene, a dire la verità. Né, tanto meno, ne ho conosciuti tanti. Quello che mi è sembrato di capire ad una prima occhiata è che tutti sono personaggi un po' sui generis ma tutti si sono dimostrati disponibili e più che gentili con il sottoscritto. Ringrazio per la disponibilità. Un ricordo particolare va ad un tipo di cui non ricordo il nome e che ho visto solo per pochi minuti ma che mi sono bastati per taggarlo come eroe della tamarraggine dei due mondi, anche se penso che un'uscita con lui sarebbe valsa una quantità indefinita di risate. Oltre che di donne, a quanto si dice in giro... Da segnalare anche Alessandro, Mr. Finmeccanica che mi ha ricordato le orde di studenti fuorisede che non riescono a fare a meno della partita alla radio e della playstation col mitico Pro Evolution Soccer... sono stato uno di loro...
si suole ricordare che i succitati esseri umani sono elencati in ordine di apparizione nella mia vita anche se non sono affatto sicuro che l'ordine temporale riportato sia quello corretto.
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I blogger e la libertà di stampa
Proprio ieri (18 settembre 2008) ne hanno arrestato un altro. Di blogger intendo. Il mal capitato si chiama Syed Azidi Syed Aziz che usa come nickname “Sheih Kickdefella” (simpatico ed eloquente come nickname...) di 38 anni, sposato con 4 figli, della città del nord della Malesia, Kota Baru (una delle roccaforti degli estremisti islamici nel paese). L'articolo del giornale dice che è stato arrestato in base al Sediction Act, una legge fatta dagli inglesi quando dominavano questo paese, nel 1948. La colpa del blogger è stata quella di “aizzare” il popolo malese (che possiede uno spazio web) ad esporre le bandiere (nei propri spazi) al contrario per protestare contro la situazione economica e politica del paese. In primis contro le limitazioni alla libertà d'espressione.
Ovviamente ha ricevuto la solidarietà di tutto il web in quanto non è certamente un atto sedizioso quello di chiedere condizioni economiche e politiche migliori senza commettere nessun atto di violenza ne, tanto meno, commettere nessun vilipendio o oltraggio a simboli nazionali. Sono molto più oltraggiose quelle bandiere malesiane tutte sporche e strappate che si vedono in giro appese da chissà quanto tempo ai lampioni che costeggiano le strade di città...
Nella mia tesi di laurea ne avevo scritto un po'.
I blog e la blogosfera in generale sono tanto più utili, quanto più potenti, nei paesi dove la libertà d'espressione è un'utopia o in quelli, come
Esiste una legge, sempre fatta dagli inglesi, nel 1948 durante la loro dominazione, degna delle peggiori dittature poliziesche, che si chiama I.S.A. ovvero Internal Security Act. Secondo questa legge qualunque funzionario-dirigente di polizia (per cui anche il ministro dell'interno tramite questura) può decidere di detenere qualunque cittadino, per 60 giorni, se vi è il sospetto di un pericolo all'ordine e alla sicurezza nazionali. La detenzione avviene senza nessuna autorizzazione da parte delle autorità giuridiche che pur esistono. L'idea è che prima si arresta e poi si indaga. La cosa peggiore è che è sempre il poliziotto in questione a decidere se l'arrestato abbia il diritto, o meno, di incontrare familiari e avvocato. In più il ministro dell'interno può firmare il prolungamento della detenzione per altri due anni e rinnovarla ogni due anni senza nessun passaggio dall'autorità giudiziaria. Potenzialmente se un capo di polizia arresta qualcuno sotto il regime ISA i ministri degli interni possono rinnovare ogni due anni la detenzione del soggetto in questione condannandolo, di fatto, all'ergastolo senza alcun tipo di processo, neanche farsa.
Ne sa qualcosa il blogger Rajia Petra, che dirige il blog Malaysia Today, di cui aveva parlato anche Beppe Grillo un po' di tempo fa quando le autorità malesi gli avevano chiuso il blog perchè aveva accusato la moglie del re di aver partecipato ad un omicidio. Blog che ha continuato ad esistere e ad essere leggibile sotto un altro dominio (la potenza del web, di uno spazio che non ha confini fisici...). La qual cosa ha portato le autorità locali, dopo varie convocazioni in questura, ad arrestare il blogger in questione (risolvendo il loro problema alla fonte, diciamo; dimostrando così, per chi è ancora critico dello strumento blog, che le notizie sono opera di chi le scrive e non dello strumento che le trasmette...) proprio la settimana scorsa sotto il regime ISA. Rajia ha continuato a criticare il governo attingendo a fonti sue personali ma segrete e la polizia adesso sta cercando di scoprire “chi” sono queste fonti. Rajia è stato in buona compagnia perché lo stesso giorno del suo arresto ci sono stati altri 2 arresti sotto il regime ISA. Per motivazioni che, se si può dire così, sono ancora più assurde!

E' stata arrestata una parlamentare dell'opposizione, di etnia cinese, per aver chiesto pubblicamente che gli altoparlanti delle moschee che spandono le preghiere all'esterno delle strutture abbassassero un po' il volume (!!!). Questa sua richiesta è stata tacciata come una minaccia alla sicurezza nazionale in quanto istigherebbe all'odio razziale. Qui con questa scusa non si può dire niente perché le autorità fanno finta di essere rispettosissime della multiculturalità (il popolo malese è caratterizzato da 3 etnie principali: i malè che sono mussulmani, i cinesi che hanno mille religioni e che sostanzialmente sono di sinistra e se ne fottono delle religioni e gli indiani che sono indù e qualcuno buddista) che è caratteristica fondante del popolo malese. Salvo poi prevedere delle quote razziali in tutti i posti di lavoro, soprattutto nella proprietà e nelle dirigenze d'azienda, che obbligano i privati ad avere un tot di numero di lavoratori e dirigenti di etnia malè perché hanno paura che i cinesi, molto più bravi e attivi di loro, possano colonizzarli economicamente (cosa che per altro è già praticamente avvenuta...).
Ma torniamo agli arresti. La terza persona arrestata, sempre sotto il regime ISA, è stata una reporter di un piccolo quotidiano il “Sin Chew Daily”. La reporter, ovviamente, è di etnia cinese è ha commesso il reato di riportare letteralmente le parole di un politico dell'UMNO (partito di maggioranza relativa e guida della coalizione al governo) che aveva parlato male dei cinesi. Il politico in questione è stato sospeso per 3 anni dalla sua carica parlamentare e dal suo partito; la giornalista che non ha fatto altro che riportare le parole del politico è stata arrestata. Tutto questo sempre in nome della sicurezza nazionale e dell'unità tra le diverse etnie. Per fortuna la reporter dopo 3 giorni è stata liberata vista l'assurdità delle motivazioni. Secondo la polizia l'arresto sarebbe avvenuto per proteggere la suddetta da alcune minacce anonime che aveva ricevuto dopo l'articolo che aveva pubblicato... Cioè, per ricapitolare, era stata minacciata di morte da qualcuno in maniera anonima (forse un poliziotto stesso???) e per evitare danni alla sua persona, e quindi alla sicurezza nazionale, è stata arrestata... ASSURDO!!! Lei comunque ha dichiarato di essere stata trattata abbastanza bene dalla polizia anche se non ha dormito per 3 giorni... E' già tornata a fare il suo lavoro ma adesso ci penserà 3-4 volte prima di riportare letteralmente le parole controverse di un politico di maggioranza... l'ABC del suo mestiere, difficilmente lo rifarà serenamente...
Al mondo dei giornali accenno solamente perché la censura sia automatica dei giornalisti, sia quelle alle fonti sia quella diretta e postuma (come abbiamo visto) è pesante e vistosa. Leggo regolarmente almeno un giornale malese in lingua inglese che si chiama New Straits Times, che sempra essere il più autorevole. Quelli di lingua malese, mandarina o indi, lo capite da voi perché non li leggo... Ogni tanto leggo anche la testata Star e la free-press in inglese “Sun”. In nessuno di questi tre giornali leggerete mai articoli che mostrano apertamente contraddizioni e sotterfugi della maggioranza di governo. Solo per piccolissime questioni ci possono essere delle piccole critiche. Anche se loro cercano di apparire liberi e indipendenti facendo, per esempio, domande scomode al ministro della comunicazione, salvo poi non insistere per nulla quando questi svicola apertamente (e, anzi, a volte impone le domande e si dà le risposte da solo... stile Berlusconi, insomma) dalle domande scomode. L'intervista riportata dal NST a quest'uomo riguardo la censura dei blogger e dei giornalisti fa ridere, letteralmente, i polli! Anche l'articolo che dà spazio alle dichiarazioni del capo del sindacato dei giornalisti (una donna, fa strano per un italiano vedere tante donne in posizioni di potere, in un paese mussulmano poi che i nostri media ci hanno insegnato essere dei veri e propri inferni per donne che vogliono avere successo nel lavoro...) che dichiara in maniera blanda la necessità della libertà di espressione dell'informazione salvo poi sostenere che alcune volte è giusto censurare (?!?!?!?). Scoprirò, poi, che la donnina in questione è legata a doppio filo con l'UMNO.
Gli unici spazi di critica aperta, anche se non sono mai netti e inequivocabili, sono lasciati allo spazio delle lettere dei lettori (antica forma di contenuti generati dagli utenti). Forse per pararsi il culo i direttori dei giornali pubblicano ogni giorno una o due lettere di critica, cosa che loro non possono fare direttamente.
La radio, ovviamente, è incomprensibile perché tutta nelle lingue locali tranne le informazioni sul traffico che stranamente sono in inglese. L'unica cosa che posso capire, quindi, è se c'è fila sulla Jalan Ampang...
Rimane
In questo paese come in tutti gli altri nel mondo se si vuole accedere ad informazione vera, plurale e verificabile non c'è altro modo se non tramite i blog che dimostrano ancora una volta (qui più che in altri luoghi) che sono davvero gli unici spazi dove è possibile diffondere informazioni in maniera libera, credibile e verificabile. Gli arresti recentissimi di Rajia Petra e di Syed Aziz ne sono solo una semplice dimostrazione.
L'ultima considerazione riguarda gli ubriaconi inglesi che hanno colonizzato
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(A)
Il paradiso esiste ed io ci sono stato!

Non fraintendete il titolo, non vuol dire che sono morto e poi risorto. Queste cose davvero in pochi le possono fare... E poi diciamocela pure tutta la verità: il paradiso dove sono stato io per certe “entità” sarebbe considerato uno degli angoli più crudeli di inferno. Molto probabilmente è per questo che lo considero un paradiso... Di cosa sto parlando? Avete ragione, ve lo dico subito. Trattasi di un isola nella parte orientale della Malesia, nella parte meridionale del mar cinese del sud... Si chiama Palau Perhentian Kecil che differisce per dimensioni e bellezza da Palau Perhentian Besar. Sono due isolette una di fronte all'altra. Kecil, la più piccola delle due, ha registrato la presenza per un week-end mio, di mio fratello e di Eva. Eva, appunto... Capite adesso il rimando al paradiso terreste con cui ho titolato questo pezzetto di reportage... Non che l'Eva in questione ci abbia indotto a peccare e staccare la mela dall'albero proibito. Io sono un peccatore di professione e la mela è uno dei mie frutti preferiti, per cui fate voi... Semplicemente è stata lei a consigliarmi e poi accompagnarci in questo luogo lontano dal mondo (anche se così pieno di mondo...) che è l'isoletta di Perhentian (la chiamo così direttamente perché il nome intero sarebbe troppo lungo..). Alla mia richiesta di consigliarmi un'isoletta paradisiaca dove passare un fine settimana da sogno la donnina in questione non ha avuto dubbi e ha proposto questo anfrattino di terra semi-selvaggia immersa nell'azzurro-verde mare selvaggio della cina del sud. Mai scelta fu più azzeccata ed è per questo che Eva si merita un ringraziamento particolare per avermela fatta conoscere perché chi se la scorda più adesso... Sto già pensando di proporla a chiunque come prossimo viaggio vacanza, anzi se siete interessati fatemi sapere che si può già incominciare a parlarne.
Di questo fine settimana non starò a raccontarvi fatti, eventi e cronache. Troppo difficile sta volta a causa di una molteplicità di fattori esogeni ed endogeni (guardate che paroloni che uso, il paradiso ha fatto bene anche alla mia capoccia mi sa) come il fatto che nella mia permanenza lì ho completamente abbandonato l'uso dell'orologio. La misurazione del tempo è una struttura astratta inventata nelle società dove bisogna fare qualcosa con il conseguente stress derivato dalla cronica mancanza del tempo e dalle corse fatte per cercare di sfruttarlo il più possibile. “Ma dove corri? Dove vai?” (direbbe Gianni Morandi) Buttati in spiaggia, baciato da un sole cocente e circondato da bellezze naturali di ogni genere (umane e naturali si intende), e rilassati. Vivi la tua vita, non il tempo misurato artificialmente che ti costringe in una serie infinite di peripezie stressanti.

Come stressante è l'uso delle scarpe. Il piede deve essere libero, non solo le menti hanno bisogno di libertà. Perhentian è un'isola dove non si usano le scarpe in quanto non ci sono strade, non c'è niente di niente dove occorre coprire il piede, a meno che non pensi di addentrarti della foresta pluviale dell'isola. Il tutto si svolge sulla spiaggia, unica vera strada e crocevia di vite umane ed animali di ogni genere e sorta. E in spiaggia il piede rimane libero e addirittura tende a liberarsi anche di quel briciolo di protezione che gli si vuole dare usando delle ciabatte. Chiedete ai miei piedi o a quelli di Eva, che sono riusciti a perdere due paia di ciabatte nel giro di due giorni.
A rendere impossibile un racconto serio e dettagliato di questi giorni è anche l'uso delle bevande alcooliche che a causa dei prezzi ridicoli ai quali venivano vendute scorrevano come fiumi nelle menti e nelle panze di chiunque. Se poi considerate che è un posto stracolmo di europei (del nord principalmente: GB, Germania, ecc ecc) potete immaginare quanto si beveva e si socializzava bevendo... Di questa gente ne abbiamo conosciuta di ogni genere, dalle 3 ragazze danesi ai due austriaci; dal sorriso spettacolare di una madrilena alla follia snob della gnoccona indiana-inglese; dall'arrapamento dei due alto-altesini alla coattaggine del gruppetto de romani; dalla “sanguisuga” del Galles alla simpatia delle due tedesche. E poi c'era lui, Buffalo. Un Buffalo Soldier di Bob marleyana memoria in piena regola. Vi spiego meglio.
Una delle cose che hanno contribuito a rendere quest'isola paradisiaca ai miei occhi è la combriccola di rastafari malesi che ne animano la vita notturna. In tutta l'isola ci sono due “bar” aperti la notte che servono alcolici, anzi praticamente 3 ma uno è sempre vuoto anche se è quello che rimane aperto più di tutti. Noi la prima sera ci siamo andati che erano notte stra fonda ormai perché gli altri avevano già chiuso. Insomma, dicevo che c'è una comunità, molto piccola, di rastafari che portano avanti il divertimento serale sulla spiaggia a suon di musiche reggae, dub, ska e rocksteady che è una bellezza. Chi mi conosce sa che le sonorità che arrivano dalla Giamaica, antiche o moderne che siano, tendono ad essere le mie preferite. Mi fanno bollire il sangue nelle vene e mi fanno ballare ad ogni loro nota. E lì c'era solo questo. A dispetto della presenza di questi tizi scarseggiava la presenza di una delle loro sostanze sacre che a tanti di noi ci piace tanto e che, purtroppo, in questo periodo, mi è stato spiegato, da quelle parti è difficile trovarla. Ma ogni tanto, qualche “zaffata” la si sentiva.... Poco male. C'era la musica, c'erano tante persone tutte felici e contente di fare conoscenza e amicizia. E poi c'era Buffalo. Forse il proprietario del baretto, forse uno qualunque ma non per quel luogo. Lui, dall'inizio della serata fino alla fine, era di fronte al bancone a torso nudo e col suo cappello da cowboy sempre in testa a ballare, da solo o in compagnia (compagnia della quale mi vanto di avere fatto parte con una buona foga di sabato sera...) non importa. Meglio di un biglietto da visita, meglio di qualunque vetrina di qualunque negozio, Buffalo, amato e conosciuto da tutti a quanto pare, stava lì a simboleggiare l'isola in se e per se. Un paradiso tropicale animato dalla musica reggae, colorato di verde, giallo e rosso e dall'azzurro del mare (purtroppo non sempre del cielo...) che vive con poco, giusto un paio di pantaloni, un cappello e tanta tanta musica. Uno spettacolo di uomo, un soggettone vero!
Insomma la musica reggae la faceva da padrona e nessuno sembrava dispiaciuto di questo, anzi. Anche perché della gente che stava sull'isola, erano quasi tutti europei (scusate se lo ripeto) e quasi tutti viaggiatori. Viaggiatori di quelli che a 20 anni se ne partono per sei mesi o un anno in giro per il mondo, lasciandosi alle spalle tutto quello che hanno a casa per un periodo abbastanza lungo della loro vita, zaino in spalla e voglia di avventura in testa; prendono e partono. Magari si fermano da qualche parte, fanno qualche lavoretto, si arrangiano e poi ripartono. C'è chi lo fa da solo c'è chi lo fa in compagnia. Ne abbiamo incontrati di entrambi in quell'isola che è davvero un habitat naturale per persone del genere e che offre lavoretti a chiunque ne abbia bisogno. Anche perché di bancomat e cose del genere neanche a parlarne. Lo sportello più vicino per prelevare credo fosse a più di due ore di viaggio... per cui se ci vuoi stare tanto tempo ti ci devi arrangiare e l'isola la possibilità di arrangiarti te la da tutta. Alcuni esempi: 2 bariste belga che avrebbero lavorato lì per due settimane senza essere pagate in soldi ma con vitto e alloggio (e l'alcool al bancone) per cui non avevano davvero bisogno di altro perché non esistono spese in un posto del genere; una greca che lavorava in un negozietto e che erano 3 mesi che stava lì e che tra l'altro mi ha permesso di sfoderare quelle 3 frasi di greco che mi porto dietro dall'erasmus fatto ad Atene; e poi tanti altri... insomma era pieno di gente avventurosa aperta al mondo e a nuove conoscenze cosa che senza dubbio alimenta il fascino già elevatissimo di quell'isola. Se poi pensate che praticamente tutti i malesiani che ci stanno sono rastafari o simili e di mussulmani davvero non se ne nota il tutto si fa ancora più libero e intrigante!
Qui la riflessione sorge spontanea su quanto siamo mammoni e brocchi anzi, letteralmente, “bbrocculi ffucati”, noi ragazzi italiani. Sono davvero pochi i ragazzi e le ragazze che a 20 anni o poco più hanno il coraggio di prendere e partire, alla volta del globo, andando avanti ad arrangiarsi, a lavoretti, a viaggi disagiati a conoscere persone e posti nuovi senza avere niente organizzato e ad affrontare problemi che possono essere di ogni genere. La colpa è sia dei ragazzi che dei loro genitori, secondo me. Senza dubbio uno dei motivi per cui continuiamo ad essere sempre più indietro e sempre più lenti nei confronti delle novità e delle innovazioni in ogni campo rispetto ad altri popoli nostri vicini è proprio questo. Noi vogliamo poter telefonare a casa ad un certo punto della giornata e avvertire nostra mamma che stiamo per tornare e che può “calare la pasta”. Non siamo disposti a rischiare quando il rischio è vero e reale, davvero in pochi sono quelli disposti a prendersi interamente addosso la la responsabilità della propria vita a 20 anni e metterla in balia degli eventi, della sorte e del futuro. I pochi che lo fanno in un modo o nell'altro vanno ad esercitare queste loro peculiarità in paesi che ne accolgono la disponibilità al rischio e all'avventura, come si dice tanto in Tv: “a mettersi in gioco”. Noi invece rimaniamo al calduccio dei nostri piumoni sempre lavati e profumati, disposti a cedere parti delle nostre sicurezze solo in cambio di altre sicurezze, maggiori e già preconfezionate. Ma il futuro bisogna crearselo da soli, anche se spesso è molto difficile. Io per primo pur avendo un sacco di voglie e di spinte, anche perché sono molto curioso su tutto, faccio sempre molta attenzione ai passi che faccio e se è vero che un paio di viaggetti all'avventura, al “virendu facendu”, me li sono fatti, è anche vero che non sono mai durati più di 21 giorni e che erano finanziati con fideiussioni parentali. La qual cosa è completamente diversa dal prendere zaino in spalla e partire. Questo lo riconosco, e dovremmo riconoscerlo un po' tutti e, soprattutto, cercare di non offenderci quando un ministro ha il coraggio (perché in politica per prendere in giro apertamente gli elettori ci vuole coraggio) di dire la verità sui giovani che abitano il suo paese definendoli “bamboccioni”. Generalizzare è sbagliato, ci mancherebbe, ma è pur vero che di bamboccioni siamo la maggior parte e questo è davvero difficile da negare.
Tornando “all'isola che c'è”, oltre ad uno sportello bancomat, era assente completamente la presenza di qualunque genere di forza di polizia come di pompieri e di una simil - guardia medica. La completa assenza di ogni genere di divisa contribuisce a creare quel clima di libertà totale anche se a discapito di un po' di sicurezza, soprattutto per quel che riguarda la questione sanitaria... Bisogna però dire che quando le persone si sentono addosso una responsabilità si comportano in maniera responsabile e devo dire che mi è sembrato che ci si autogovernasse abbastanza bene, anche se non si dovevano decidere le sorti politiche ed economiche dell'isola, a livello individuale mi sembra che filasse tutto liscio. Al massimo ci poteva essere qualche piccolo furto, niente di più perché quando le persone sono più o meno tutti nelle stesse condizioni e tutte seriamente impegnate a divertirsi è difficile che ci siano episodi molto negativi. E poi, il furto è uno dei crimini più diffusi in tutti i paesi del mondo dalle democrazie alle dittature, per cui insomma niente di eccessivo.
Forse dovrei pentirmi un briciolo per non aver fatto nessun tipo di attività tipo diving o andare in giro con la maschera e il tubo (lo “snorkeling”) oppure prendersi un kayak e girarsi l'isola lato mare. Non ho fatto niente di tutto ciò seppur tutto ciò mi affascinava vista l'unicità del luogo. Quello che ho fatto è stato poltrire, rilassarmi sulla spiaggia e dentro un'acqua che era calda più di un brodo, divertirmi la sera e conoscere quanta più gente fosse possibile: uomini e donne quasi indistintamente (nel senso che io puntavo sempre le donne ma alla fine na chiacchierata con degli uomini non l'ho mai rifiutata). Forse il fatto di aver letto, poco prima di partire per
Se decidete di andarci, comunque, chiamatemi che mollo tutto e vengo con voi!!!
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La storia della Malesia passa da Melaka, ed anche la mia
Posso tranquillamente dire che quella a Melaka (Malakka in “italiano”) è stata una fuga in solitario, di quelle che partono al decimo kilometro della tappa e arrivano fino alla fine anche se spendendo una quantità immonda di fatica. A dire la verità non ci sono andato in bicicletta ma con una gran bella e confortevole macchina con l'autista. Come ogni capo di stato che si rispetti. Io, in quanto capo di stato della mia stanza da letto, venuto in visita ufficiale in questa stanza da letto a Kuala Lumpur, ne avevo tutto il diritto. Dell'autista, dico.
Ma bando alle ciance. Stavolta si parla di storia perché la città in questione è la città storica del paese. E' sul mare, situata di fronte alla grande isola indonesiana di Sumatra (ce la possiamo ricordare per i danni causati dallo tsunami di qualche anno fa) dalla quale è divisa da una stretta striscia di mare chiamata, appunto, stretto di Melaka. Potete immaginare 400-500 anni fa quanto commercio che ci facevano e ce lo hanno fatto praticamente tutti. I primi ad arrivare sulle spiagge di quella che dopo diventerà una città sono stati i mussulmani che, oltre ad importare nella penisola la religione di Maometto, hanno scolarizzato le popolazioni locali insegnandogli, soprattutto, a far di conto tanto che praticamente subito gli abitanti si sono cimentati con l'abile arte della presa per il culo del commercio. Poco dopo, intorno alla metà del 1500, sono arrivati i civili e cattolici portoghesi che in pochissimo tempo hanno distrutto i germogli di civiltà islamica che si stavano creando in quel territorio imponendo le proprie leggi e le proprie monete e incrementando con tecniche di trasporto e “monetarie” nuove il commercio della zona, consentendo di farla diventare una cittadina portuale e commerciale sempre più fiorente dove la religione cattolica si mischiava a quella mussulmana, mai sopita, anche se dal punto di vista militare i portoghesi erano vistosamente superiori a tutte le popolazioni e i sultanati locali. Questi cercarono in tutti i modi di riconquistare la fiorente cittadina senza avere mai dei buoni risultati. Decine di migliaia di malesi massacrati dai portoghesi sono stati il risultato. A mandare via a calci nel sedere gli europei sono stati altri europei, gli olandesi la cui dominazione si può notare nei colori e nei nomi di alcune piazze e palazzi comunali tutti arancioni e con nomi impronunciabili, classici della lingua “orange”.

Dei portoghesi è rimasto ancora oggi un piccolo ceppo di popolazione che ne parla la lingua antica locale anche se completamente integrato e mischiato con la popolazione locale. Per la cronaca io ho incontrato uno di questi che fa il tassinaro a Kuala Lumpur e che in pieno spanzamento post-ramadan, mi ha salvato traslandomi col suo taxi dal centro città fino a casa. Certamente i malesi hanno provato a cacciare via anche gli olandesi che, ancora più avanzati dei portoghesi, gliele hanno date di santa ragione ad ogni occasione utile dimostrando come il popolo malese non sia per niente adatto alla meschina arte della guerra. Nel frattempo la città continuava a crescere dal punto di vista economico e a fortificarsi tanto che nell'800 iniziò a fare seriamente gola agli inglesi che spadroneggiavano in India e che volevano espandere il loro dominio culturale e commerciale nel sud di tutta l'Asia. Così ben presto arrivarono le ennesime guerre marinare di conquista che videro gli inglesi avere la meglio sugli arancioni (di colore nazionale e di capelli). Gli anglosassoni sicuramente importarono tantissime innovazioni importanti e significative nella vita cittadina e non solo le nuove monete, le nuove armi e le nuove navi. Ma un sistema politico e sociale nuovo e, più di tutti, il calcio. Il soccer che nacque, appunto a fine 800 nel paese anglosassone fu una delle grandi novità cittadine e lo dimostrano le foto delle partite di calcio che si svolgevano nei primi anni del 900 e che sono presenti sia al museo nazionale della Malesia sia in alcuni piccoli musei a Melaka. L'antica storia del gioco col pallone ai piedi non ha, in nessun modo, favorito i malesiani nella qualità del gioco che al giorno d'oggi rimane ancora di qualità infima.

Inutile dirlo che i malesi che hanno provato a liberare la città dal dominio inglese le hanno prese che ancora se le ricordano. Gli stranieri se ne sono andati dal paese e, quindi, anche dalla città simbolo delle dominazioni, nel 1957 durante gli anni della decolonizzazione di mezzo mondo.
La città di Melaka è stata lasciata allo stato brado e ha perso molte delle sue peculiarità di ridente cittadina commerciale e portuale per essere lasciata alla mercé dei cinesi e dell'apatia dei malesi che ne caratterizzano l'humus sociale ed economico attuale. Quello che è rimasto sono una serie di chiese e chiesette cristiane di varie confessioni, tra cui una costruita un po' storta, qualche residuo di dominazione portoghese, tanti cannoni sparsi nella zona “storica” della cittadina e il mare che, certo, gli inglesi non si potevano portare con se. A dire la verità gli mbriaconi anglosassoni hanno anche lasciato al paese il loro modo di guidare a sinistra e il campo di calcio che è ripreso in molte foto d'epoca a cui ho accennato prima.
Adesso è una cittadina pressoché molto noiosa con un elevato numero di turisti che ci vengono per una giornata, massimo due perchè in 3 ore si gira tutta la parte turistica, e che dormono in pensioncine che hanno il sapore della dominazione europea.

Passeggiando per il lungo fiume ho anche visto alcuni tra i pezzi peggiori di povertà cittadina che abbia mai visto in questo paese (di povertà rurale ne ho vista davvero tanta per andare a Perhentian) oltre ad una serie di abitanti quasi sconcertanti quali un gruppetto di varani lunghi dal metro ai due metri abbondanti, che si rilassavano proprio al lato di un'abitazione nel bel mezzo di una piccola baraccopoli cittadina.

Tutto intorno un mercato locale e gli altoparlanti delle moschee che ad intervalli regolari emettono le loro preghiere. E si perché se c'è una cosa che gli europei non sono riusciti a cancellare dal territorio e dalle menti della popolazione che lo ha sempre abitato è la religione mussulmana seppur la cittadina è disseminata di chiese cristiane. I resti e la diffusione capillare dell'Islam sono, secondo la mia modesta opinione, gli effetti di quella grande cosa che è l'educazione e la scolarizzazione. I mussulmani sono arrivati per primi e insieme ai precetti religiosi hanno insegnato a leggere, scrivere e far di conto e queste cose sono indelebili per il resto della storia sociale di ogni popolo.
Per quel che riguarda la città in se e per se è caruccia, piccolina, caldissima (ma davvero calda!) e si gira a piedi in 3 ore di orologio. Ci sono una serie di piccoli musei di dubbio valore culturale tra cui anche il museo dell'UMNO, partito nazionalista di governo, che io non ho avuto voglia di visitare. L'unico dove sono entrato è stato il museo della marina che si trovava per metà dentro una nave portoghese interamente ricostruita e che offriva spiegazioni storiche sulle varie epoche coloniali e sulle attività marine e commerciali della città; di carino aveva anche la parte dedicata alle bellezze marine della zona e che era curata dal WWF in quanto l'area è ricca di specie in via di estinzione ma di cui non è dato vedere o sapere di più all'infuori di questo piccolo museo.
Di caratteristico, se così si può dire, in città c'è, poi, la zona cinese che, però, è pressoché unicamente caratterizzata da attività commerciali tranne qualche piccolo, ma bel, palazzo in stile architettonico tipicamente cinese. A ridosso della zona povera che ho visto c'è anche la zona indiana ma, anche lì, sono tutti negozietti e poco altro. Per il resto centri commerciali immensi come ovunque in questo paese.
Una visita alla cittadina è obbligatoria, perché è la più storica del paese ma non vale la pena davvero fermarcisi a dormire perché, apparte il sabato sera in cui si tiene un mercato carino, pare, la sera non c'è davvero niente da fare. Esistono 3-4 bar che rimangono aperti la sera ma quando ci sono stato io non c'era quasi nessuno a parte qualche bianco come me in compagnia che era lì per motivi di lavoro o di passaggio. Al che ti prendi una birretta, speri di chiacchierare con qualcuno ma poi a nanna. Una nota di merito arriva però dalla presenza di un negozio, da me visitato per caso ma da me finanziato con un acquisto, che si chiamava Rastafari e vendeva tutte cose legate all'Africa, alla musica reggae e alla Giamaica. Ho fatto 4 chiacchiere con la commessa ma in questa città non è come KL e l'inglese non è poi così diffuso come seconda lingua. Manco per niente direi...
Dicevo che oltre ad una piccola passeggiata e a qualche nota di colore la città offre ben poco per chi si aspetta, come me all'inizio, chissà quali rimandi alla storia dei viaggiatori e dei conquistadores e delle diverse culture che l'hanno dominata...
Il paradiso esiste ed io ci sono stato
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Mission Possible to KotaKinaBalu
Sono davvero 3 bei giorni quelli passati nel Borneo, nell'isola del Borneo, nello stato di Sabah, nella città di Kotakinabalu (KKB), nel mega resort Shank-ri-la (un lusso che non avevo mai vissuto...).
Inizia tutto un venerdì mattina quando all'alba (si fa per dire...) ci si deve svegliare perché abbiamo l'aereo. Dalla Malesia peninsulare, da Kuala, all'estremità del Borneo, a KKB coi vogliono circa due ore e mezza di volo; più o meno come un volo Lampedusa – Udine, mare compreso, solo che invece del mediterraneo qui si sorvola il mar della cina del sud. Abbiamo volato con la Malaysia Airlines su un aereo enorme stracolmo di belle hostess provenienti da diverse pareti dell'Asia e con una strana prevalenza di nazionalità giapponese. Insomma, tornando ad un discorso già intrapreso nelle prime “pagine” di questo reportage, solo su Alitalia non ci sono hostess fighe. O almeno a me non è praticamente mai capitato di vederne. Questo è un chiaro segno di fallimento in quanto saranno decenni che la compagnia di bandiera (a mezz'asta a dire la verità) in insolvenza non assume, per cui il parco hostess-stuart di bordo è decisamente invecchiato, al contrario della rampante compagnia asiatica in questione. La partenza è puntualissima e precisissima (anche se il nostro volo iniziale era stato cancellato...). Niente da eccepire e il volo fila tranquillo tranquillo tra qualche lettura e 4 chiacchiere col fratellone che mi guidava in questo viaggio.
Le aspettative, c'è da dirlo, sono alte e impegnative. Siamo partiti col desiderio di fare rafting, di girare per la giunga, di andare in giro sul “monte più alto del sud-est asiatico”, il Kinabalu, di sollazzarci in spiaggia e ammirare le bellezze naturalistiche locali (donne comprese, sono bellezze naturali anche loro!). Il 90% di queste esperienze erano una novità per me per cui ero un sacco gasato all'idea. Il soggiorno non è andato esattamente come da programma, per diverse cause e motivazioni che andrete leggendo passo passo, ma ciò non toglie che sia stata un'ottima esperienza.
Il primo impatto col clima è migliore di quello di KL. L'umidità della grande città qui non esiste anche se fa abbastanza caldo, ma è più che sopportabile. Insomma, si sta decisamente meglio che a KL.
Una macchina governativa con un autista che si rivelerà poco affidabile (si presenta arrivando in ritardo) ci porterà in albergo. L'autista è uno dei vantaggi che si hanno quando in un paese del genere si ha una posizione di un certo livello e soprattutto quando il tour-operator che ti ha prenotato il viaggio è italiano, di Napoli per la precisione. Le attenzioni riservate da costui sono state a dir poco gradevoli e complete. Ottimo servizio, lo posso dire. Ma tornando al discorso, dicevo dell'albergo... MINKIA CHE ALBERGO!!! Un resort di lusso su un angolo di Borneo ai bordi del mar della cina con affaccio su un gruppetto di isolette che formano un parco marino protetto.

Mio fratello c'era già stato per lavoro e siccome tra i manager c'è un italiano, la sua ri-presenza (con accompagnatore sta volta che sarei io) viene più che premiata e invece delle due normali stanze che avevamo prenotato ce ne vengono assegnate due diverse, diciamo più grandi. Si locano nell'area di maggior lusso dell'albergo.
Li mortacci che stanze. Mai stato in una stanza del genere prima; io che sono abituato ad arrangiarmi più o meno per trovare una stanza per dormire quando vado fuori stavolta sono stato servito come quando hai un poker d'assi senza cambiare nessuna carta, anzi forse una vera e propria scala reale! In breve le due stanze si affacciavano sul verde a pochi metri dal mare e per la precisione quella di mio fratello sul campo da golf dell'albergo. Entrambe le stanze erano composte da un soggiorno con un divano, due poltrone, Tv tanti pollici, lettore Dvd, tavolo per 4, bagno “di servizio” con una cabina doccia che è grande quanto il mio bagno a Roma. Attraversato il soggiorno si può decidere se uscire fuori sul terrazzo oppure entrare in una stanza da letto molto grande, spaziosa e dotata davvero di ogni confort. Anch'essa si affaccia sul terrazzo che è arredato con un tavolino di legno e 4 sedie da esterni. In stanza c'è, ovviamente, un Tv tanti pollici, la connessione internet, la cassaforte, frigobar e mobili vari ed eventuali. La chicca però è il bagno. C'è il bagno anche in stanza. Cioè avevamo due bagni a testa. 4 bagni per due persone... un'esagerazione!!! Fatto sta che nel bagno principale della stanza oltre alla cabina doccia grande almeno quanto quella dell'altro bagno c'era anche una bella vasca da bagno e una specie di scrivania da donne dove agghindarsi; specchi ovunque che mi hanno visto cimentarmi in una serie di idioti giochi fotografici nei momenti di attesa tra un'attività, un'uscita e un riposino.

Asciugamani e ciabatte a perizoma (infradito) ovunque, che ve lo dico affare e in più, chicca delle chicche c'erano anche due vestaglie da principi a disposizione. Il resort, invece, era dotato oltre che di una hall grandissima di 4-5 ristoranti di diverse etnie tra cui l'immancabile italiano, super formale, “Peppino” con chef italiano di nome Rosario. Ovviamente l'abbiamo conosciuto in quanto forse eravamo gli unici italiani dell'albergo. Le presenze umane erano, come è ovvio, soprattutto asiatiche: coreani del sud, giapponesi, cinesi e un gran numero di occhi a mandorla di Taiwan. C'era anche qualche malese molto benestante ovviamente; davvero pochi europei ma un buon numero di australiani. Ma dicevo della dotazione strutturale dell'albergo... oltre ai “punti ristoro” dove si mangiava molto bene e al campo da golf a cui ho già accennato c'erano due belle piscine, un sunset bar proprio sul mare da dove la vista del tramonto era perfetta (a dire la verità non è che fosse così strabiliante, la vista è molto più suggestiva da Bova Marina che da Kotakinabalu..) un bar-ristorante a bordo piscina, una zona attività sportive con annesso tavolo da ping-pong che, ahimè, ha registrato la mia doppia sconfitta contro il fratello maggiore che mi ha battuto 2 partite su 2. Il tutto circondato da un lato dal mare e dall'altro da prati e giardini curatissimi. Il resort, infine, offriva la presenza di un disco-club (Lunabar) tra i più esclusivi di tutta la città che era frequentato non solo dagli ospiti dell'hotel ma anche dalla popolazione locale anche se in maniera non molto massiccia.
Il primo giorno, il venerdì, l'abbiamo dedicato al cazzeggio. Sistemazione nelle camere, pizza all'aria sulle sdraio a bordo mare prima e a bordo piscina dopo. Il bagno a mare l'ho fatto anche se il colore dell'acqua non era molto invitante. Anche lì, Bova marina gliene passa 100 di punti a KKB. Non è il classico posto paradisiaco che ci si può immaginare. Assomiglia un po' al mare dei cancelli di ostia, marrone! La causa, ovviamente, è la sabbia mega fina di cui è formata la spiaggia che rende marrone l'acqua e impossibile tenere gli occhi aperti sott'acqua. La cosa buona però è che era fondo,
Ma l'idiozia era in agguato. e si perché i due baldi giovani in questione avrebbero voluto fare una cosa simile al kitesurf ma senza surf. Avevano visto tra le attività dell'albergo un tale Kiteflying. voi sapete cosa vuol dire? Noi prima no, ma adesso si! Ci aspettavamo chissà qualche cosa estrema, siamo andati a prenotarci e il ragazzo era un po' sorpreso della nostra volontà e del nostro entusiasmo ma ci ha segnati sul foglio. Noi alle 5 di pomeriggio eravamo lì puntuali e pronti per l'avventura acquatica che ci aspettavamo. Il ragazzo ci accoglie sorridendo e tira fuori dal bancone un busta con degli oggetti colorati. Pensiamo: sono i giubbotti salvagente necessari quando si deve fare una cosa pericolosa in mare. Potremmo rischiare chissà cosa per cui è giusto premunirci anche se siamo entrambi dei discreti nuotatori e senza dubbio alcuno degli ottimi galleggiatori essendo nati praticamente dentro l'acqua di mare e cresciuti ai suoi bordi. Siamo pronti e carichi ma c'è un problema. Dentro la busta non ci sono i giubbotti salvagente bensì due aquiloni... Cazzo che scemi!!! Ci eravamo prenotati per un'attività divertente forse ma quando hai 4-5 anni... Appena scoperto l'inghippo, con fare felpato, sorridiamo gioviali al Mr. accenniamo ad un piccolo errore di valutazione e di traduzione e ci dileguiamo tra le risate e l'imbarazzo. Non è il caso di giocare con gli aquiloni... E' vero che il mio fare era da rapace, da aquila reale nel guardarmi intorno per scovare delle prede femminili da catturare, ma è tutt'altra cosa rispetto al giocare con gli aquiloni. E' che cacchio siamo due professionisti! Io della disoccupazione mio fratello di altro, ma in ogni caso abbiamo una reputazione da mantenere.
Ripieghiamo sul bordo piscina dove per prima cosa notiamo un animale dalle sembianze umane che sputa e fa casino sguazzando come un orso bruno in una pozza d'acqua in mezzo alle montagne. Il fatto è che non era un orso e non era neanche bruno. Un signore di una certa età, dalle fattezze occidentali e dalle movenze poco “educate” era (perdonate la costruzione latino-sicula di questa frase, il verbo alla fine, ma mi è venuta così). Vabbè, apparte questo mi butto in acqua in mezzo ad altre persone ovviamente e lì avviene il “drama” come una donnina lì vicino l'ha chiamato. Si nuotava e si sguazzava quando ad un certo punto una donna dagli occhi a mandorla inizia a tossire e a far come se stesse annegando... succede tutto in un attimo. La donna del “drama” le chiede se “everything is ok?” (domanda molto retorica oserei dire visto che l'asiatica stava “male”) io che stavo nuotando in direzione opposta sento questa frase mi fermo, guardo e faccio per avvicinarmi alla donna in difficoltà quando Mitch Buchenon (non so come si scrive, ma credo non lo sapesse neanche lui) si tuffa prontamente in piscina, aggranpa la donnina e la porta a circa un metro di distanza da dove l'aveva trovata, ovvero dove la piscina era più bassa e si toccava. Lì la ferma, arriva il compagno della donna in apprensione, la guardano, lei tossisce un po' e poi dice che è tutto ok... Al che l'eroe abbandona il campo di battaglia fiero della sua prodezza. Peccato che fosse Mitch e non Pamela (Anderson si intende) sennò avrei tossito pure io nella zona delle rapide della piscina. La mia ricostruzione del fatto è questa. La donnina deve aver ingurgitato un goccio d'acqua e ha iniziato a tossire lasciandosi completamente andare e rischiando di annegare davvero perché ha abbandonato ogni genere di movimento in balia di chissà quale malore fisico per poi riprendersi neanche un minuto dopo continuando a rimanere in piscina. Probabilmente il tutto è successo perché colei si stava facendo il bagno in costume e non vestita. E si, perché dovete sapere che un sacco di asiatici si fanno il bagno tutti vestiti e non perché sono mussulmani e non si possono denudare, ma semplicemente perché non lo so. Certo hanno poca dimestichezza con l'acqua. Questo è sicuro!!! Vorrei inoltre sottolineare l'ignavia del compagno della donna che ha rischiato di morire che non ha mosso un dito. E' vero che è successo tutto in 5 secondi di orologio e neanche io ho fatto in tempo ad avvicinarmi, ma il baldo giovane a prescindere attendeva il salvatore (non è un nome proprio di persona) al sicuro nelle acque calme e basse dell'altro lato della swimming pool. Bah...
Apparte questo pochi altri avvenimenti in quel pomeriggio se non l'aver notato un gruppetto di 5 donnine (3 delle quali molto “donnone” diciamo) occidentali che si rilassavano a bordo piscina e ogni tanto lanciavano occhiatone che io definirei inequivocabili, mio fratello no. Età media del gruppetto: 45 circa. Mio fratello le chiamava le nonne ma io ero rimasto ipnotizzato da una di loro che perseguirà nella sua azione di osservazione più e più volte sia durante il relax sia la sera a cena da Peppino dove, per altro, eravamo seduti uno accanto all'altra e una di loro festeggiava il compleanno compreso di torta offerta al resto dei commensali del ristorante. Noi, altre due persone, e basta. Altri sguardi anche diretti, altri sorrisi.
Una delle mie fantasie adolescenziali si stava riproponendo in maniera prepotente e non all'interno del mio mondo fantastico e un po' perverso ma nella realtà dei fatti e delle azioni. Come ebbi modo di dire a mio fratello in quei momenti emozionanti e sognanti “Pierino mi fa una pippa!” ma lui tendeva a smorzare il mio entusiasmo nei confronti di quelle che io supponevo essere delle 50enni insoddisfatte che cercavano adrenalina, avventure e, perché no, quell'orgasmo che da giovani le faceva sentire così vitali ma che la vita stessa gli negava ormai da così tanto tempo. Ero pronto a diventare il loro eroe. Oddio non di tutte, non sono così forte al massimo di due di loro, o meglio di una sola, di quella che passandomi davanti ha incrociato il mio sguardo e mi ha clamorosamente sorriso, ma l'epiteto di nonne che mio fratello continuava a dargli cercando di calmare i miei bollenti spiriti ha fatto si che mi stessi al mio posto ad aspettare gli gnocchi caserecci ai 4 formaggi che avevo ordinato. Buoni devo dire. Come buoni erano i cannelloni ai funghi che ha preso mio fratello, come buono era il vino che ci siamo scolati (con conseguenze di sudore notturno che non potete immaginare...) come buona era l'immagine della donnina sorridente che, come nella mia adolescenza, è rimasta in un sogno. Un bel sogno che avuto un briciolo di materialità. Le 5 il giorno dopo non c'erano più in albergo... peccato, non so se fosse stato possibile ancora a lungo trattenermi dall'abbordaggio anche se poi magari non avrebbe portato a niente ma di sicuro ci avrei provato. Ma, at least, meglio così certi sogni forse è meglio che rimangano sogni ai quali ci si può aggrappare nei periodi di magra e che possono continuare ad essere circondati da quell'alone mitico che i tempi della giovinezza gli hanno creato attorno... Dopocena si va all'esclusivo club all'interno dell'albergo ma non c'è quasi nessuno, si bevono due cose, si notano le cameriere in abiti succinti e ben poco altro e si va a nanna. Ma a quel punto uno spettacolo inaspettato mi attendeva, o forse si faceva i fatti suoi e io l'ho notato. Nell'orizzonte sul mare una luce rossastra aumentava e diminuiva di intensità circondata da una specie di leggere nuvole che sembravano adagiate sul mare. Certi momenti la luce si rinforzava molto, certi altri era molto lieve. Ho provato ad immortalare con la macchina fotografica ma non si vedeva niente. Meglio, non ho rubato l'anima e l'unicità di quella che era l'aurora australe... uno spettacolo impari. questi si davvero!!! Dopodiché sono potuto andare a letto davvero contento di aver visto qualcosa che è davvero raro nonché impossibile nella vecchia Europe.
La mattina dopo levataccia e mega colazione energica che ci aspetta il rafting. Ovvero scendere da un fiume su un gommoncino a remi. Certo più rapide ci sono e più figa, e più difficile, è la discesa. To be onest non è che sia stata così difficile come discesa ma l'alternativa era molto più difficile, ma divertente, e serve un po' di preparazione per cui hanno limitato le nostre ambizioni ai livelli più bassi di difficoltà. Certi tratti devo dire, però, che erano divertenti e difficili compreso una volta che siamo andati a sbattere contro un muraglione di rocce. La cosa figa però è che eravamo in mezzo alla giungla, alla foresta pluviale. Tutto intorno a noi montagne verdi e le corse di una bambina... no scherzo una vegetazione fittissima che ha stimolato in me e mio fratello delle riflessioni sull'impossibilità da parte degli americani di scovare i vietcong durante la guerra col vietnam comunista di Hanoi. Ottimi vietnamiti devo dire, destreggiarsi in posti del genere deve essere veramente difficile anche se ci hai vissuto o ci vivi, come un gruppetto di bambini che abbiamo visto giocare ad un certo punto ai bordi del fiume in corrispondenza di un piccolo villaggio lì intorno. Il giro in gommone è durato poco più di un'oretta durante la quale la ragazza che ci accompagnava ci ha imbottito di nozioni sulla frutta e sui frutti della vegetazione locale. Quelli buoni e profumati e quelli schifosi e puzzolenti. Comunque davvero simpatica lei! A meta strada in un pezzo calmo abbiamo fatto anche il bagno nel fiume, che figata provare a fare i salmoni e nuotare controcorrente. Si è vero anche a mare lo faccio spesso ma in fiume è tutta un'altra cosa e si sente. Poi di fiumi a disposizione, a parte quella schifezza del Tevere, non ne ho, per cui me lo sono goduto. E' stato piacevole e divertente se non fosse stato per un branco di pecoroni coreani che ad un certo punto hanno invaso l'area con i loro gommoncini e con i loro corpicini vestiti. Abbiamo ripreso il cammino. Dopo un pranzo tipico a base di pollo e riso e chili ci dirigiamo verso l'albergo ma piove. Minkia quanto piove ragazz* e la cosa peggiore è che non smette! Continua a piovere per tutto il pomeriggio, serata compresa. Dopo un riposo (dormita per qualcuno, stand by per me) si va a cena al buffet e si scopre l'impossibile!
C'è l'ira di dio da mangiare e noi ne approfittiamo a man bassa! Ci abbuffiamo tanto che dopocena ci sarà una seconda session di “riposino”. Ma dopo si va al locale dell'albergo per la seconda volta ma stavolta con la sorpresa. E' pieno, ripieno di gente come un uovo di gallina è ripieno di quello che potrebbe essere un pulcino. Ma la cosa ancora più bella è che è pieno di angeli. Per angeli intendo donne vestite interamente di bianco. E chi mi conosce sa quanto lo adoro... Si beve qualcosa e per caso si attacca bottone (a dire la verità era un'ora che non aspettavo altro!) insomma si scopre che c'è una festa di compleanno e che le donne per tradizione devono vestirsi di bianco, anche se in maniera iper-succinta, devono comunque essere vestite di bianco, cosa c'è di meglio? Apparte l'apparenza conosciamo delle persone simpatiche, devo dire soprattutto una di cui vi anticipo solo il nome: Leandra. In questa parte di Malesia i mussulmani sono una minoranza e lo si nota nei modi di fare e di vivere che sono molto simil - europei, a partire dai cocktail per finire agli orari di chiusura dei locali che a KL chiudono inevitabilmente alle 3 (discoteche comprese) mentre a KKB la combriccola locale ci porta in un locale che chiude alle 5! L'unico a dire la verità ma pieno di gente del posto. Forse solo io, mio fratello e il marito di una del gruppo locale (inglese) non eravamo asiatici. la cosa si è rivelata ottima e sono stato letteralmente sequestrato da una donnina che, come il burro sul pancarrè, mi si è spalmata per tutta la notte fino a chiusura del locale, ma è finita lì non viaggiate con la capoccia. Un drink e un po' di sana danza, per altro la musica, al contrario del locale chic dell'albergo, era non male anche se l'età media della gente era abbastanza bassa. In ogni caso ci si voleva divertire, e ci si è divertiti! Non posso non menzionare a questo punto il fatto che tra la combriccola dei locali con cui abbiamo fatto conoscenza c'era anche l'immancabile italiano ubriacone, enorme di stazza, che era lì da 20 anni oramai e che per vivere aveva aperto un ristorante italiano, ovviamente. L'omone era abbastanza simpatico anche se forse a causa dell'alcool molto, ma molto, molesto nei confronti di chiunque. A legarci, oltre che la stessa lingua era il fatto che il Mr. era un eporediese come una branchia della mia famigliola. Il mondo è davvero piccolo, anche se mica tanto!
La domenica mattina la levataccia è stata ancora più accia del giorno prima. Alle 7.30 tutti pronti (circa un'ora e mezza di sonno visto che ci si era coricati verso le 5.30...) che si parte alla volta del monte Kotakinabalu dal quale prende il nome la città Kkb che è anche la capitale dello stato di Sabah, uno dei 13 che compongono la federazione Malese. L'itinerario della giornata ha visto la prima tappa in un paesino ai piedi del monte dove la domenica mattina si tiene un mercatino più che tipico direi. Non è uno di quei classici posti che si trovano da ste parti dove si vendono cose praticamente solo per i turisti, bensì un mercatino locale vero e proprio, dove si vende merce locale vera e propria. Dalla frutta e verdura coltivata in zona all'artigianato, dai vestiti usati alla merce contraffatta dal pesce fresco, sotto sale o già cotto al tabacco locale. Il tutto in un ambiente a dir poco povero. E' stata la cosa che più mi è saltata all'occhio la povertà di quella gente che vendeva e di quella che comprava. Apparte qualche turistello come noi il resto delle persone che popolavano il mercato erano locali in cerca di offerte e di risparmio. Le facce che lo animavano non potevano essere più tipiche ed eloquenti e comprendevano le innumerevoli etnie e miscugli etnici che compongono le popolazioni locali. Una delle cose che ti balza all'occhio, a te occidentale, è il numero, oltre che il colore scurissimo, davvero ridotto di denti nei sorrisi che questa gente ti fa per attirarti al suo banchetto (se è fortunato, sennò la merce si vende per terra su grandi foglie di banano, pesci cotti compresi...). Qui sono poveri davvero e forse una tale povertà così concentrata in un unico luogo non l'avevo mai vista. Avrei voluto fare un sacco di foto ai banchi delle merci alle persone all'ambiente agli autobus privati tutti arrugginiti che fuori dal mercato prendevano e portavano gente chissà dove e chissà in quali villaggi. Ma di foto non ne ho fatta neanche una. L'ho avvertito come un segno di scarso rispetto, quello non era folklore, era vita umana vera e propria che è giusto raccontare in un reportage come questo ma il “diritto di cronaca” a me non basta per fotografare certe realtà umane e riportarle all'attenzione di un pubblico. Il mezzo migliore credo siano le parole, fotografare quelle situazioni e quelle persone per poi mettere le foto su flickr e sul blog e in questo reportage sarebbe stata una cosa inutile. Catturare l'immagine di ciò che ho visto in foto, secondo me, dovrebbe essere fatto solo se c'è la possibilità di attivare delle azioni di aiuto o robe del genere. Altrimenti che rimanga tutto nella mia memoria anche se non penso niente di male riguardo i reporter e fotografi che immortalano quella realtà per poi diffonderla, anche facendo qualche soldino, penso molto male, però, di quelle masse di turisti che lo fanno “just for fun” o per mostrare quello che hanno visto agli amichetti e magari raccontare degli odori immondi che si sentivano tra quelle bancarelle.
E' vero non ho comprato niente ma ho rosicato perché ci ho pensato dopo che avrei potuto comprare una bella busta di tabacco locale e portarla come souvenir a tutti gli amici fumatori che ho, e che sono un sacco, piuttosto che il classico pacchetto comprato all'ultimo tabacchino sulla strada prima del rientro... Ma vabbè, l'occasione ormai l'avevo persa. Rimessi in moto, in macchina ci si dirige verso la montagna e inizia una salita abbastanza ripida.

Il nostro obiettivo è di arrivare intorno a quota
Ma continuiamo la salita verso il parco che raggiungiamo a breve e nel quale ci addentriamo attraverso del percorsi preparati e studiati per permettere l'osservazione di piante rare, di un piccolo torrente e tante altre piccole cose ma molto belle, nonché rare.

Tra tutte 2 specie di piante carnivore che ci hanno attaccato appena passati di lato ma che con abilità mista tra Indiana Jones e McGiver (non so se si scrive così) siamo riusciti a neutralizzare consegnandole alla giustizia (non certo i forestali calabresi...) per fargli avere un giusto processo in modo tale che la giustizia occidentale continui a trionfare sulla natura selvaggia... Scusate la cazzata ma mi è venuta da sola, a volte non comando le mie mani e la mia capoccia... maledetta Hollywood...
Dicevo abbiamo osservato queste piante carnivore che si nutrono di insetti che vengono attirati da un liquido dolciastro che sta all'interno di queste piante ma che in realtà è una specie di acido che li uccide e li decompone per poi diventare carne da macello, ops, nutrimento per la pianta. Altro che concimi e sterco di animali, eheh. Questa sicuramente era l'attrazione principale del percorso insieme alle tante storie e leggende che la nostra guida ci ha raccontato sulla gente dispersa sul monte che a quanto pare era un vulcano che è ormai inattivo da millenni. Queste storie e leggende non hanno retto il confronto con la storia di chi nel suo paese di vulcani ne annovera almeno 4 (ma sono di più lo so) di cui 3 sicuramente attivissimi e che bazzicano nelle zone di nascita dei suddetti italiani allo sbaraglio, quali eravamo io e mio fratello. Apparte che lei non si capacitava di come fosse possibile vivere vicino, o sopra a volte, a dei vulcani attivi; apparte il fatto che lei diceva di avere paura di eventuali esplosioni e colate laviche; è bastato raccontare in molto larghi termini la storia di Pompei ed Ercolano per sovrastare tutte le sue storie e leggende per non parlare del fatto che è rimasta a bocca aperta quando le abbiamo detto che se di notte fai il giro di stromboli in barca puoi vedere le esplosioni di lapilli che illuminano la punta del vulcano o che se vai in escursione sull'Etna e hai culo di farla in un periodo di bassa attività puoi passare vicino ai fiumi di lava ed avvicinarti fin quando non ti si sciolgono le scarpe di gomma sulla roccia lavica. Oltre al fatto che da casa mia a Reggio quando l'Etna è in eruzione o ha delle colate abbastanza consistenti e il tempo atmosferico è buono, si vedono ad occhio nudo. Va bene la natura incontaminata e le leggende, vere o false che siano, ma certe cose se le sognano nel resto del mondo soprattutto se pensiamo che da noi è tutto vero. Storia ed attualità. Altro che leggende.
Comunque il giro è stato bello ma adesso ci si dirige verso un'altra parte del parco naturale ma dopo aver pranzato in un posto locale a base di cibo cinese. Il pollo sta incominciando ad uscirmi da tutti i pori!!! Ma bando alle ciance l'altra tappa della nostra escursione naturalistica era l'orto botanico che si trova sempre all'interno del parco naturale ma in un altra zona della montagna che, però, non differisce per il colore verde acceso e per la fitta vegetazione che la abita. La prima cosa di cui veniamo avvertiti è che se una sanguisuga ci si attacca alla pelle è meglio lasciarla succhiare tutto il sangue che vuole evitando di cercare di staccarla prima che abbia finito, in quanto questi dolci animaletti usano delle specie di piccoli “artigli” che entrano dentro la pelle e se loro non smobilitano e tu le stacchi prima rischiano di lasciarti dei segni parecchio evidenti (come quello che la nostra guida ci mostra al lato del suo ginocchio che aveva ormai da più di un anno) oltre che fare un certo dolore. Certo è difficile pensare di avere il sangue freddo di fare finta di niente avendo una sanguisuga attaccata alla pelle, ma in realtà non dovremmo mai affrontare questo problema durante la camminata. Anche qui ci sono piante carnivore ma la stragrande maggioranza degli abitanti di questo giardino botanico ricavato sul bordo del monte è quella di un'infinita varietà di orchidee e simili.

Sia io che mio fratello siamo più che ignoranti in materia per cui più che osservare i colori e le dimensioni (ci sono sia le più piccole che le più grandi orchidee del mondo) potevamo fare poco altro. Purtroppo la stagione non è quella giusta per la fioritura della Rhadesia che è l'unico nome che praticamente conoscevo: trattasi del fiore più grande del mondo che fiorisce per una settimana ogni anno per poi tornare nel suo oblio. E chi si è visto si è visto. E noi non abbiamo visto.
L'escursione era finita e sfiniti eravamo noi dopo la levataccia e le lunghe camminate anche se abbastanza comode su e giù per i giardini che questo monte mitico del luogo offre ai suoi visitatori. Per arrivare in cima ci voglio due giorni e una notte oltre che l'attrezzatura adeguata e un adeguato allenamento. Noi non avevano niente di tutto ciò per cui ci siamo limitati a ciò che era possibile per le nostre scarse skills. In ogni caso quello che abbiamo visto sicuramente non è possibile vederlo in nessun luogo della nostra bella Italia per cui, in ogni caso, siamo tornati in albergo arricchiti anche dalla simpatia e dalla socialità della nostra guida che si è rivelata simpatica e di compagnia. Ma all'albergo il sonno era in agguato e corroborato dei costanti acquazzoni pomeridiani che si abbattono con una potenza più forte di qualunque grandinata europea si è dormito fino all'ora di cena, più o meno e chi più chi meno.
A proposito di grandinate europee, la guida ci diceva che l'anno passato nel Borneo “rained ice” (ha piovuto ghiaccio), ovvero ha grandinato, ed era la prima volta da quando è nata lei che a sua memoria è successa un a cosa del genere e a quanto pare anche a memoria dei giornali che, dalle sue parole, hanno dedicato all'avvenimento atmosferico da noi abbastanza consueto pagine e pagine di riflessioni e approfondimenti. Se questo non è un segno del clima globale che sta cambiando ditemelo voi quale può essere!!! E c'è ancora chi fa finta di niente, grandi petrolieri in primis e loro lacchè politici...
La sera invece ha visto protagonista prima una pizza da Peppino che, a dire la verità non è che fosse granché, anzi. Al contrario degli gnocchi e dei cannelloni che ci avevano deliziati due giorni prima la pizza ci ha lasciati alquanto delusi... Il dopocena si è svolto in posto carino sul lungomare cittadino, Waterfront in inglese (a voi reggini dice qualcosa questa parola???), si chiama Cocoon Pub. Ad aspettarci lì c'erano due delle ragazze che avevamo conosciuto in quella festa di compleanno della sera prima più un molestatore, ubriacone, coreano. Nel locale c'era un gruppetto che suonava cover dal vivo e poca altra gente. L'atmosfera era davvero carina, da serata tranquilla in qualunque città del mondo “atlantico” ma arricchita, per quel che mi riguarda almeno, dai sorrisi e dalla simpatia di tal Leandra che si è rivelata (ma già me n'ero accorto la sera prima) una persona davvero piacevole con cui chiacchierare e con cui farsi un sacco di risate. Il locale ha chiuso presto e le donnine andavano via che il giorno dopo lavoravano, noi eravamo distrutti dall'alzataccia e dalla giornata in generale ma per quel che mi riguarda la serata è stata davvero piacevolissima e me ne rimarrà un gran bel ricordo. Adesso tutti a nanna che la mattina dopo bisogna lasciare l'albergo che si torna a la maison, che non è un locale alla moda ma, molto più semplicemente, casa. Ovviamente il giorno della partenza c'era un sole e un caldo che durante gli altri 3 giorni ce lo potevamo sognare... ma era regolare che andasse così...
Il viaggio di ritorno è filato liscio apparte il fatto che il nostro volo era stato soppresso per motivi non spiegati (per altro anche quello dell'andata aveva avuto la stessa sorte) ma ci siamo imbarcati in un aereo che partiva due ore dopo con tanto di buono pasto dal McDonald offerto gentilmente (?!?!?!?) dalla compagnia aerea... Credo che sono più di dieci anni che non prendo qualcosa al Mc... sta volta mi è toccato perché è stato comunque un pasto gratis, ma continuo a sconsigliare e boicottare attivamente la catena dei panini più disgustosi del mondo... Non è certo un pessimo pasto gratis che mi farà cambiare idea riguardo al suo modo di fare, alla qualità del suo cibo e, in primis, al gusto di quello che offre che continuo a ritenere pressoché osceno. Per chiudere, lo sapevate che dopo 10 minuti che i panini sono fatti se non vengono venduti li devono buttare nella spazzatura perché il loro aspetto si deteriora tanto da fare schifo anche alla vista? Non è ideologia ma è aver convissuto per due anni con una persona che ci lavorava, in un Mc e aver letto il loro “foglietto d'istruzioni” per i dipendenti, che tutte le parole delle campagne di boicottaggio sono diventate quasi religione per me, per non parlare della visione di un film-documentario “Supersize me”, se non lo avete visto ve lo consiglio caldamente...
La storia della Malesia, ed anche la mia, passa da Melaka
Il paradiso esiste ed io ci sono stato
I blogger e la libertà di stampa
Degli italiani e di altra brava gente
La mia panza, in Malesia
Dall'Irlanda ai tropici il tempo non cambia
Kuala Lumpur, la città
L'Italia e gli italiani visti da questa parte del mondo
Viaggio di ritorno
Varie, eventuali e conclusioni più o meno a caldo
(A)
- Premessa
- Viaggio andata
- Primo impatto
- Della sodomia e di altri divieti
Paese che vai, taxi che trovi
Il titolo dice quasi tutto.
In Italia, di che pasta sono fatti i tassinari lo abbiamo visto quando hanno combinato tutti quei casini per due briciole di liberalizzazioni. E si perché davvero si trattava di sciocchezze ai tempi del decreto Bersani. La reazione non fu certo adeguata all'azione iniziale. In termini di fisica liceale, se ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, in quel caso la fisica ha dimostrato di essere falsificabile. Ma siccome non si trattava di un teorema “fisico”, tutto quello che ho scritto finora è una baggianata. Certo è che vivendo a Roma, seppur ho usato due sole volte in 7 anni il servizio taxi cittadino mi rendo conto che i tassinari romani (magistralmente rappresentati da Alberto Sordi in un suo film) non svolgono proprio al meglio un servizio che dovrebbe essere pubblico, seppur a pagamento. A partire proprio da questo, certo non è accessibile a tutti. le tariffe romane sono spropositate. Il tassametro quando parte, lo fa dalla bellezza di 6 euro!!! In più è difficile trovarne uno per caso per strada, perché ce ne sono pochissimi, solo ultimamente sono aumentati di numero grazie ad uno degli ultimi atti da sindaco di quel babbaleo di Veltroni che ha minacciato di rilasciare 1000 nuove licenze se i tassinari romani non si fossero uniformati alle nuove normative. Quando chiami per cercare un taxi, puoi aspettare attaccato alla cornetta anche ore se non sei fortunato per poi sentirti rispondere di chiamare dopo che non ce ne sono disponibili. La disponibilità non sempre dipende dal numero di vetture in circolazione ma anche dai tragitti che richiedi. Se chiedi di fare un tratto di strada relativamente poco oneroso tranquillamente il tassinaro si rifiuta di caricarti a bordo. E lì puoi imprecare al padre eterno o a quegli stronzi di politici che difendono questo genere di comportamenti (sappiamo tutti come An su tutti si sia caricata dell'impegno politico di difenderli a soli fini elettorali e niente di più). Pioggia, neve, grandine, sole cocente se non gli sta bene il tragitto che devi fare ti lasciano a piedi e poco se ne fottono. Alla faccia del servizio pubblico. Una cosa bisogna dargli atto, da quello che ne so non raramente fanno i truffaldini chiedendo tariffe non in base al tassametro. per lo meno con i romani perché dagli aeroporti era la prassi. Poveri turisti.
Anche qui a Kuala Lumpur devo dire che la classe dei tassinari è molto particolare. Forse è il lavoro sulla strada che li rende così in tutte le grandi città del mondo ma il 90% dimostrano sempre un certo livore e una certa acredine nei confronti di chi li fa lavorare e, di contro, gli fornisce anche quello che le sacre scritture definiscono “il pane quotidiano”. Qui però i truffaldini li fanno per professione. E' praticamente inscritto nel loro statuto professionale. Soprattutto quando si tratta delle ore di punta. In queste strade dall'una alle 2.30 e dalle 5.30 alle 8.30 si crea e si disfa l'inferno. Ogni giorno lavorativo. Un traffico incredibile che blocca tutto anche perché qui di mezzi pubblici su rotaia diciamo ce ne sono pochissimi.
A me è successo di dover aspettare circa 3 ore per poter tornare a casa dal KLCC (Kuala Lumpur City Center – le torri gemelle in sostanza) perchè mi sono trovato a combattere con un sacco di altre persone, sotto un diluvio torrenziale, non per prendere il taxi, ma solo per contrattare col tassinaro. Uno mi ha chiesto 60 RM (rigit), un altro 50RM (1 euro = poco meno di 5 RM) per una tratta che normalmente ne costa dai 4 ai 7 di RM. Chiaro che il prezzo per un europeo era comunque basso in valore assoluto. Siccome, però, penso che il mondo è relativo l'ho presa come una truffa bella, buona e sfacciata alla quale non ho voluto piegarmi. Unico aspetto positivo di quell'attesa è stata la possibilità che ho avuto di conoscere e chiacchierare con un po' di persone che si sono rivelate molto simpatiche. Preferivo, comunque, mille volte quelli che i primi giorni in cui ero ignaro facevano partire il tassametro da 6.00 RM invece che da 2.00 come è di norma qui per la tariffa giornaliera. Quello lo considero normale per la “legge della giungla” la truffa vera e propria no. Come in ogni medaglia, ad ulteriore dimostrazione che il mondo è relativo, c'è un lato migliore. Infatti, molte delle cose che state leggendo in questo mio reportage derivano dalle chiacchierate che mi sono fatto con un bel po' di tassinari riguardo i più disparati argomenti oltre il “traffic jam” che è il leit motive di tutta la categoria a quanto pare. Molti si sono dimostrati gentili e socievoli rispetto alla media del resto della popolazione locale e sono stati molto preziosi nel permettermi di attingere conoscenze riguardo la vita pratica della città. Insomma apparte qualche truffa tentata e qualcun'altra riuscita e il fatto che nessun tassinaro conosce la via dove abita mio fratello, sono abbastanza tranquilli come categoria ma bisogna stare sempre accorti al punto giusto e ricordarsi che a Kuala Lumpur vige una regola (per lo meno per gli stranieri come me) ben precisa. Mi è stata illustrata dai cari Eva e Marco la prima sera che sono stato in città a perenne monito per il futuro della mia permanenza. In pratica, la regola consiste nel cercare sempre tassinari che siano o di etnia cinese e di età avanzata o di etnia malè e di giovane età. Non si capisce bene perché, ma anche tramite la mia breve esperienza queste due categorie ti permettono di andare sul sicuro. Ricordatevelo se vi troverete in giro per le strade i Kuala Lumpur e avrete bisogno di uno strappo a casa...
Certo, il mese del Ramadan richiederebbe una serie di altre specifiche che però non ho tempo di fare e poi se vi dico tutto cosa scoprite quando ci venite???
Mission possible to KotaKinaBalu
La storia della Malesia, ed anche la mia, passa da Melaka
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Varie, eventuali e conclusioni più o meno a caldo
(A)
The House of Ghost
The house of ghost è un film che ho visto al cinema. In un multisala, all'interno di un centro commerciale megagalattico, all'interno delle due, altrettanto megagalattiche, torri gemelle Petronas.

Il film in questione è pubblicizzato un po' ovunque e viene spacciato come film dell'orrore, cosa che non è per niente. L'unico orrore probabilmente sono alcune riprese che sono fatte stile “lucignolo” di Italia1 ovvero, come diceva “Ciro, il figlio di target”, a cazzo di cane. Ma a cazzo di cane per davvero! Mi ci ha portato un'indigena locale e io ho accettato di buon grado in quanto un'esperienza al cinema in un paese così diverso dal mio non avevo dubbi che sarebbe stata interessante. E, infatti, lo è stata. Non parlerò molto del film perché non è questo il giusto contesto e non credo che farò un post apposito nel blog, non lo so ancora. Quello che più mi è interessato di questa esperienza è stata la modalità di fruizione del prodotto cinematografico in se, anche se, ovviamente, accennerò a qualche piccola caratteristica del film. Inizio dicendo che si tratta di un film Thailandese che aveva i sottotitoli in malese e in inglese di modo da favorire la visione un po' a tutti anche se praticamente metà della schermata era occupata dal testo scritto.
Nella sala faceva un freddo suino!!! Ci saranno stati si e no
In un primo momento non avevo capito il perché di quelle risate perché il momento della storia del film sembrava essere molto intenso in quanto si stava preparando una scena di passione tra i due protagonisti che per la prima volta si sarebbero “accoppiati”, in un momento molto delicato della storia. Quando ho chiesto spiegazioni a chi mi stava affianco del perché di quella risata in quel preciso momento la risposta è stata di poche parole ma incredibilmente chiara: “Because she was a girl”. Me n'ero accorto pure io che era una donna a cui era stato inquadrato il decoltè ma non era una scena comica, eppure l'imbarazzo generale l'aveva fatta sembrare tale. Forse in questo paese dovrebbero tornare a quell'epoca cinematografica in cui anche i personaggi femminili venivano interpretati da uomini, cosa che permettetemi è di una stupidità più unica che rara, eppure mi sarebbe piaciuto sentire la reazione del pubblico durante un'inquadratura ad un decoltè piatto e villoso di un omino vestito da donna. Della scena del bacio successivo non saprei che dirvi in quanto è stata palesemente tagliata fino al momento in cui i due protagonisti avevano già consumato l'atto e solo lui veniva inquadrato più o meno nudo sul divano di casa.
Qui la censura si fa sentire e parecchio anche. Vengono tagliati anche i film che passano sul satellite e vengono cancellate anche le parolacce in inglese. Proprio ieri sera (rispetto a quando scrivo) abbiamo visto “V per vendetta” in lingua originale, su un canale satellitare, e le parolacce era tutte “silenziate”... Una cosa ridicola come potete ben immaginare perché penso che in giro se ne sentono talmente tante che è a dir poco inutile cancellare quelle dei film, ma qui si fa così, poco da fare.
Tornando alla visione del film arrivo direttamente alla scena finale che è degna di nota e, vi prego, non offendetevi se ve la descrivo un po' ma tanto, secondo me, questo film non lo vedrete mai perché in Italia cacate così non ne arrivano (anche se noi a volte ne produciamo di peggiori...) e poi mi serve ai fini del mio racconto, per cui... mettetevi l'anima in pace. Insomma la storia più che essere dell'orrore è una sorta di thriller psicologico che vede protagonisti una mamma con la “figlia” e sto psicologo giovane che si tromba la mamma e che vuole guarire la figlia da una serie di disturbi e di allucinazioni che in realtà è la mamma a provocare con le sue azioni morbose. Andando nel papale papale alla fine la mamma muore suicidata e cerca di portarsi con se la figlia che però sopravvive e di cui si scopre la vera identità nel ricovero in ospedale dove viene spogliata di tutti i vestiti e si scopre che non è una femminuccia ma un maschietto. Il regista te lo fa vedere chiaro con un inquadratura totale sul corpo di lui-lei completamente nudo/a nel quale si vede il cosiddetto “pistolino”. Badate bene che si trattava di un infante che non aveva più di 5 anni. Il film praticamente finisce così.
Il momento è tragico; il film è al top of the top del suo clou, il momento topico! Una mamma in preda alle sue paranoie causate da una violenza subita in età giovanile dal padre si autoconvince di avere una figlia invece che un figlio e lo tratta in questa maniera vestendola da femminuccia, capelli lunghi, bambole, nome femminile, ecc ecc. Il bambino in seguito a questo trattamento sta visibilmente male, ne viene negata la sua identità sin da piccolo causandogli scompenso psicologico, allucinazioni, paranoie e confusione tremenda riguardo la sua identità e mille altre cazzate del genere. Nel momento in cui si scopre, in cui l'immagine mostra la crudeltà con cui la madre aveva deciso di negare l'identità del proprio figlio, nell'immagine tragica che spiega tutto il resto del film, tutto il pubblico scoppia in una fragorosa risata. Al solito le ragazze prima di tutte. Stavolta non so se prese dall'imbarazzo o dall'ignoranza ma colei che mi aveva accompagnato mi ha detto che l'aveva divertita l'ultima parte, seppur il film non le era piaciuto. Neanche a me è piaciuto il film ma non mi ha divertito manco per niente il culmine di un dramma umano che aveva come protagonista un bambino indifeso, anche se inquadrato col pistolino al vento non ho avvertito nessun senso di comicità, umorismo o non so che altro. Non mi è neanche sembrata una di quelle squallide freddure inglesi, mi è solo sembrato un dramma umano. Dramma al quale la gente del posto ha reagito come fosse una barzelletta a causa della nudità di un bimbo. Sono queste cose che ti fanno capire veramente quanto stanno messi male, le donne prime tra tutte.
Sta cultura religiosa islamica fa male, fa davvero male e non solo alle menti ma anche al cuore e alla sensibilità delle persone. Non che in Malesia la debbano pensare come me o come gli occidentali in generale ma, cazzo, certe cose non fanno ridere se riguardano un pargolo. Sarà che sono un miscredente, ateo, comunista-anarchico, eretico, bianco, occidentale e quant'altro possa essere considerato ipernegativo in questo paese ma a me certe cose non fanno ridere seppure il mio giudizio sul film era simile a quello dato dai locali.
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Varie, eventuali e conclusioni più o meno a caldo
(A)
Della sodomia e di altri divieti
Anwar Ibrahim ecc ecc, non mi ricordo il nome intero, è tornato in parlamento. Chi è? E' il politico più popolare della Malesia nonché capo dell'opposizione al governo “islamico-moderato-nazionalista” dell'UMNO. Questo tale è stato accusato di sodomia, arrestato e, anche dopo essere stato eletto in parlamento è rimasto in carcere fin quando lo stesso parlamento ha votato per farlo rientrare. Adesso dovrà affrontare un processo per il reato che ha commesso. Sì, perché qui in Malesia la sodomia è un reato (di conseguenza l'omosessualità maschile) e il politico in questione è stato accusato di aver inculato un altro uomo. Probabilmente è vero perché da sempre l'Ibrahim in questione è dichiaratamente bisessuale, infatti è sposato con una sola donna e ha avuto 6 figli da lei, ma non disdegna i fondo schiena pelosi. Per questo il governo, però, non l'ha premiato...La cosa assurda, come le mille contraddizioni che esistono in questo paese è che è pieno di omosessuali. Ci sono almeno 5 locali in cui dichiaratamente si tengono feste gay e, da qualche voce, pare che siano le più divertenti della città, come in molti altri posti d'altronde, Roma compresa. Anche sul lonely planet ne parla tranquillamente per cui deve essere davvero evidente, anche se non ci sono mai stato ancora in nessuno di questi locali. Comunque l'altro giorno ho comprato un po' di cose in alcuni negozi e non ho potuto fare a meno di notare l'estrema omosessualità di alcuni commessi. In più l'altra sera con mio fratello e altri amici siamo stati in una rinomata discoteca frequentatissima da molti europei nella quale era evidente la presenza di un gruppetto di lesbiche, di cui due davvero palesi... diciamola così. Ovviamente la prima cosa che ho pensato è che magari si possono “esprimere” più liberamente in un locale frequentato da gente “più civile” rispetto che nei locali frequentati da paesani morbosamente e bigottamente religiosi. Per la cronaca in quella discoteca c'era anche un Sikh, indiano del sud, compreso di turbante che era visibilmente ubriaco e che ballava sui tavoli e sulle sedie con i suoi tipici vestiti. Uno vestito così nelle discoteche romane non sarebbe mai entrato... che tajio!!! Sempre per la cronaca, era un locale sufficientemente di merda!
La storia di questo politico, tornando al punto iniziale, suscita una discussione su cui mi piacerebbe conoscere la vostra opinione e riguarda la cosiddetta “immunità parlamentare”. Sappiamo che in Italia il caro silvietto vorrebbe sotto sotto re-introdurla per difendere non solo se stesso ma la schiera dei suoi avvocati e amici criminali di vario genere. Ovviamente quello che si pensa da noi è che in un paese civile dove la legge dovrebbe essere uguale per tutti sarebbe una cosa inammissibile. E' un concetto che è stato eliminato dalla nostra giurisdizione e sarebbe assurdo re-introdurlo soprattutto perchè avrebbe la unica funzione di difendere i membri della maggioranza di governo. In Malesia l'immunità parlamentare non esiste. In questo caso, però, dove non sono affatto sicuro che la legge sia, per lo meno considerata, uguale per tutti, l'immunità parlamentare dovrebbe servire a difendere i membri dell'opposizione da ogni genere di accusa mossa dai partiti governativi. E' tutto molto complicato da spiegare ma penso che se i diritti umani e civili non sono applicati tutti insieme è difficile che uno solo possa essere applicato dalla parte dei cittadini. Mi spiego meglio. Se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge allora non ci dovrebbe essere differenza tra civili, politici e militari di fronte agli stessi giudici. I cittadini dovrebbero essere in grado di decidere loro stessi, con lo strumento del voto (anche se non mi piace molto come strumento, ma è l'unico che per ora si può avere) se rimandare in parlamento un tipo che ha avuto dei precedenti penali o che vede in corso un processo. Ovviamente tutto questo dovrebbe essere reso pubblico e al pubblico. Funzione che spetterebbe esclusivamente al mondo dell'informazione che dovrebbe essere plurale, libera e senza nessun genere di condizionamenti. Non credo che queste caratteristiche non eccezionali, ma normalmente semplici siano presenti né in Italia, né in Malesia. In ogni caso, il tipo ha praticamente vinto a furor di popolo (per tornare in parlamento) e questa, nel bene o nel male è democrazia delegata.
Il problema vero, secondo me, sta nella legge che vieta la sodomia... Un conto è la religione e le sue gerarchie che cercano di influenzare i loro adepti e di convincere chi non lo è a rispettare certi precetti religiosi (più o meno come è nei paesi occidentali, in Italia ho qualche dubbio) un altro conto è quando anche lo stato, come la religione, si intromettono pesantemente nella vita privata dei cittadini prevedendo sanzioni non solo morali ma penali, e qui anche letteralmente fisiche (mazzate!!!) a chi viola certi precetti religiosi. Secondo me il problema vero è questo. Voi che ne pensate?
La questione è diversa nel mondo del lavoro. In molti cantieri edili ho visto donne lavorare e non so se considerare la cosa come una sorta di esempio di emancipazione femminile (avete mai visto in Italia donne fare le muratrici nei cantieri???) oppure una forma in più di sfruttamento (da buon socialista della vecchia guardia, ovvero quando per socialisti si intendevano anarchici e comunisti, uniti prima del 1921, insomma). Quello che è certo però è che non ho mai visto, a KL, un muratore senza scarponi di sicurezza e senza elmetto. In ogni cantiere campeggia un mega cartello che dice “security first” ed elenca le misure di sicurezza obbligatorie da prendere nei cantieri. In Italia, e non solo al sud, questa sarebbe utopia.
Pare che sia anche vietato, per gli uomini, stare in mutande. Ho letto sul solito giornale in inglese di un tipo che è stato arrestato da un poliziotto perché è stato beccato in mutande lungo una strada che costeggiava un fiume e aveva lasciato i vestiti in macchina. L'articolo non diceva perché l'uomo fosse in mutande ma raccontava l'eroico gesto del “puffo” che fermava il “criminale” descrivendone la modalità per filo e per segno. Sono rimasto sbalordito da questa notizia e ho chiesto lumi a mio fratello che ha più o meno confermato la cosa anche se non sono ancora molto chiare le peculiarità di questa legge. Fatto sta che mi è venuta la fissazione e quando mi cambio, anche in stanza, cerco di fare molta attenzione alla finestra e a chi sta fuori...
Ultimo punto all'ordine del giorno è la questione droga. Non esiste distinzione tra leggere e pesanti e le punizioni qui sono davvero serie. Non fatico a definirle spropositate. E' difficilissimo trovare sostanze stupefacenti qui' anche se ce ne sono di ogni, come in ogni paese del mondo. Se vieni beccato con davvero modiche quantità di sostanza la punizione è un processo in cui sei praticamente già condannato a 5 mazzate sul culo (non mi ricordo come si chiama questa punizione ma è tutto vero) che non ti permetteranno di sederti per almeno un mese più un tot di galera, non oso immaginare quanto comode possano essere le galere da queste parti. Se vieni condannato per spaccio, invece, c'è la pena di morte. 5 cannette qui sono spaccio ed è indifferente se sia cannabis o eroina. In città e nel paese ci sono delle piccole zone rinomate dove comunque le droghe circolano, ma si rischia davvero, ma davvero tanto, e sti cazzi se sei europeo e hai un sacco di soldi. Più soldi di noi ce l'ha Petronas, la compagnia nazionale del petrolio e del gas. Ho il vago, ma non infondato sospetto, che dietro questa severità ci sia proprio questa azienda che oltre a detenere il monopolio della cultura (qui è tutto finanziato dalla Petronas) detiene anche il monopolio della produzione di energia. Si sa, ne ho già parlato sul blog, che certe droghe, cannabis prima tra tutte, possono consentire produzioni alternative di grandi quantità di energia elettrica e quindi concorrere con gli idrocarburi. L'altro giorno sul giornale locale in inglese leggevo di un mega finanziamento che Petronas ha dato al governo per la “prevenzione” all'uso delle droghe nelle scuole pubbliche. Mi sa molto di attività di lobby. D'altronde se la cannabis è proibita in quasi tutto il mondo (e dove non lo è ha solo la finalità di stupefacente e non di pianta dalla quale si possono derivare mille cose utili per la società) è risaputo che è “merito” dell'attività di lobby delle grandi multinazionali del petrolio e dell'energia. Questa non è una mia opinione, questa è storia, certificata!
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(A)
Primo impatto
Occhiali appannati. Mamma mia che umidità che c'è in questa città! Appena uscito dall'aeroporto, mentre cercavo il taxi che avevo profumatamente pagato prima ancora di salirci, mi si sono appannati gli occhiali e ho sentito come una cappa su tutto il corpo. Come fossi avvolto improvvisamente da una carta velina pesantissima che impediva ai miei pori cutanei il loro naturale funzionamento. O meglio ancora, per rendere l'idea, come se a Bova a fine luglio andassi in giro con un piumone invernale addosso... Dopo pochi minuti ti ci abitui a dire la verità o sennò torni dentro correndo. Da quel poco che ho potuto vedere questa città si vive al chiuso proprio a causa di questa invivibile umidità e al chiuso, ragazz*, fa un freddo cane perché tengono l'aria condizionata a palla. Prima di salire sul taxi, però, l'impatto è stato un altro.
Fa davvero impressione arrivare da un paese dove le donne sono libere di vestirsi e scoprirsi più o meno come vuole la loro soglia di pudore e vedere che ci sono paesi dove questo non avviene. All'aeroporto salta subito all'occhio come le donne facciano tranquillamente qualunque mansione lavorativa al pari degli uomini: poliziotta, capoccia, pulizie come ruoli di dirigenti. Il tutto col capo coperto. Tutte le donne di etnia malè e di religione musulmana hanno il capo coperto e lasciano scoperto solo il viso.

Fa strano davvero per chi non ci è abituato. Ma dovrebbe fare strano davvero a tutti perché non ci si può abituare ad una cosa del genere. E' anche vero, però, che oltre a guidare (cosa che non in tutti i paesi mussulmani avviene), le donne hanno ruoli di responsabilità. Per esempio, il direttore della banca nazionale è una donna. In Italia questa cosa ce la sogniamo!!! Il nostro attuale governatore della banca d'Italia è un massone e proviene dalla fucina dei massoni più importanti del mondo, di quelli che veramente decidono le sorti dell'economia mondiale che è la Goldman&Sasch. Il precedente governatore era in odore di Opus Dei. Ipercattolico-iperconservatore-iperlegato alle gerarchie ecclesiastiche-ipermercato delle raccomandazioni, chiedere a Ricucci e Fiorani per credere. Nel nostro paese le donne che hanno qualche ruolo di responsabilità possono essere solo delle bigotte stratosferiche (o delle abili cazzisuga), vedi Carfagna, Gelmini, Brambilla. Donne di cui per altro le abilità culturali, politiche ed economiche non sono affatto chiare quanto quelle sessuali ed estetiche in generale...
Comunque, la cosa peggiore è stata vedere all'aeroporto una coppia, uomo e fantasma, in cui l'uomo era vestito in maniera occidentalissima compreso marsupio a tracolla che fa molto tamarro e occhialone da sole adagiato sul colletto della maglietta e la donna (fantasma) interamente, e dico interamente, viso compreso, coperta da un velo nero che dal capo le arrivava fino a terra coprendole anche le scarpe. Senza braccia, senza gambe, senza testa. Che impressione vedere un essere umano che per volontà di un altro essere umano non può mostrare la sua immagine naturale.

Il primo impatto con queste immagini, perché sempre di immagine si tratta anche se non si vedono i lineamenti del viso o le forme del corpo. Un'immagine da medioevo che aborro. Se prima mi faceva senso ma non l'avevo mai vista, adesso posso certificare, con assoluta convinzione, che mi fa senso e rabbia vedere cose del genere. Ma la cosa peggiore è che non era un caso isolato. La sera, durante la mia prima uscita con mio fratello e dei suoi amici, di donne conciate così ne ho viste un sacco! Anche se tutte lasciano gli occhi scoperti fa, comunque, davvero impressione vedere sti gruppi di donne che, magari, fanno shopping nelle boutique italiane più costose e alla moda senza lasciar intravedere un briciolo della propria pelle. L'unica cosa che sono riuscito a scorgere da qualcuna di queste, oltre agli occhi, spesso molto belli, è stato un tacco vertiginoso che è fuoriuscito dalla veste di fantasma nero che tutte portano. Una contraddizione dietro l'altra insomma. Mi sono poi fatto spiegare un po' chi erano tutte queste donne interamente coperte e pare che non siano malesi ma provengano da quei paesi oscurantisti del golfo persico e che sono qui in vacanza in quanto
Qui comunque non tutte le donne portano il velo sul capo. C'è la foltissima minoranza cinese che se ne strafotte e si veste all'occidentalissima, anzi forse ancora più audace, e lo stesso fanno le indiane. In realtà pare che la sera nei locali più ‘in’ si possano trovare molte malesi islamiche con minigonne giro fica che ballano nella maniera più americana che Mtv ci abbia mai trasmesso dal giorno della sua fondazione. Tutto sommato questo paese è abbastanza accettabile nel suo essere islamico. D'altronde è anche vero che la Sharia, la famigerata legge islamica, qui vale, come è giusto che sia (se può mai essere considerata giusta...), solo per chi la vuole rispettare, ovvero per i babbioni mussulmani (il problema però è che per costituzione, alla nascita, un bimbo di etnia malè non può non essere mussulmano...). Esistono infatti due giurisdizioni diverse: quella ordinaria e quella mussulmana. Mai come in questo caso ognuno ha il male che si merita e che si è andato cercando...
Ma quante palme che ci sono? Si vede che stiamo ai tropici, la vegetazione è incredibilmente diversa da quella mediterranea italiana ed europea e lo si nota subito ai primi kilometri di autostrada per raggiungere la città dall'aeroporto (
Tante palme, tante luci. Un'altra cosa che ho notato è proprio questa. E' una città dove l'appari-scienza (e non la semplice apparenza) è tutto. Ci sono pubblicità e “risultati di marketing” ovunque e si impossessano della tua attenzione in maniera super aggressiva. Luci megagalattiche, colori forti, immagini di prodotti, vips e altre minkiate varie conquistano il tuo cono visivo in ogni angolo della città che risulta essere, quindi, come una Piccadilly Circus (chi è stato a Londra può capire) ma in grande, molto più sfacciata e invasiva. Il consumismo qui è l'ufficioso sesto pilastro dell'Islam...
In tutto ciò, la prima cosa più bella e divertente (?!?!?) che ho subito notato al mio arrivo in città è stato che sul nastro dei bagagli la mia valigia non c'era... cazzo di budda!!! L'anno lasciata ad Amsterdam ma dovrebbe arrivare dopo un giorno col prossimo aereo utile, nel frattempo ho solo un ricambio (grazie a mio padre per il consiglio) e per precauzione ho lavato il mio intimo super sexy e super puzzoso sotto la doccia, come quando si faceva il servizio di leva militare che, io, per fortuna, non ho dovuto fare...
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