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La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è PARTECIPAZIONE! (G. Gaber)

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giovedì, 09 ottobre 2008

Nel paese dove, in motorino, il giubbotto si indossa al contrario (8)

- Premessa

- Viaggio andata

- Primo impatto

- Della sodomia e di altri divieti

- The House of ghost

- Paese che vai, taxi che trovi

- Mission possible to KotaKinaBalu

         La storia della Malesia passa da Melaka, ed anche la mia

Posso tranquillamente dire che quella a Melaka (Malakka in “italiano”) è stata una fuga in solitario, di quelle che partono al decimo kilometro della tappa e arrivano fino alla fine anche se spendendo una quantità immonda di fatica. A dire la verità non ci sono andato in bicicletta ma con una gran bella e confortevole macchina con l'autista. Come ogni capo di stato che si rispetti. Io, in quanto capo di stato della mia stanza da letto, venuto in visita ufficiale in questa stanza da letto a Kuala Lumpur, ne avevo tutto il diritto. Dell'autista, dico.

Ma bando alle ciance. Stavolta si parla di storia perché la città in questione è la città storica del paese. E' sul mare, situata di fronte alla grande isola indonesiana di Sumatra (ce la possiamo ricordare per i danni causati dallo tsunami di qualche anno fa) dalla quale è divisa da una stretta striscia di mare chiamata, appunto, stretto di Melaka. Potete immaginare 400-500 anni fa quanto commercio che ci facevano e ce lo hanno fatto praticamente tutti. I primi ad arrivare sulle spiagge di quella che dopo diventerà una città sono stati i mussulmani che, oltre ad importare nella penisola la religione di Maometto, hanno scolarizzato le popolazioni locali insegnandogli, soprattutto, a far di conto tanto che praticamente subito gli abitanti si sono cimentati con l'abile arte della presa per il culo del commercio. Poco dopo, intorno alla metà del 1500, sono arrivati i civili e cattolici portoghesi che in pochissimo tempo hanno distrutto i germogli di civiltà islamica che si stavano creando in quel territorio imponendo le proprie leggi e le proprie monete e incrementando con tecniche di trasporto e “monetarie” nuove il commercio della zona, consentendo di farla diventare una cittadina portuale e commerciale sempre più fiorente dove la religione cattolica si mischiava a quella mussulmana, mai sopita, anche se dal punto di vista militare i portoghesi erano vistosamente superiori a tutte le popolazioni e i sultanati locali. Questi cercarono in tutti i modi di riconquistare la fiorente cittadina senza avere mai dei buoni risultati. Decine di migliaia di malesi massacrati dai portoghesi sono stati il risultato. A mandare via a calci nel sedere gli europei sono stati altri europei, gli olandesi la cui dominazione si può notare nei colori e nei nomi di alcune piazze e palazzi comunali tutti arancioni e con nomi impronunciabili, classici della lingua “orange”.

cristianità melaka da te.

Dei portoghesi è rimasto ancora oggi un piccolo ceppo di popolazione che ne parla la lingua antica locale anche se completamente integrato e mischiato con la popolazione locale. Per la cronaca io ho incontrato uno di questi che fa il tassinaro a Kuala Lumpur e che in pieno spanzamento post-ramadan, mi ha salvato traslandomi col suo taxi dal centro città fino a casa. Certamente i malesi hanno provato a cacciare via anche gli olandesi che, ancora più avanzati dei portoghesi, gliele hanno date di santa ragione ad ogni occasione utile dimostrando come il popolo malese non sia per niente adatto alla meschina arte della guerra. Nel frattempo la città continuava a crescere dal punto di vista economico e a fortificarsi tanto che nell'800 iniziò a fare seriamente gola agli inglesi che spadroneggiavano in India e che volevano espandere il loro dominio culturale e commerciale nel sud di tutta l'Asia. Così ben presto arrivarono le ennesime guerre marinare di conquista che videro gli inglesi avere la meglio sugli arancioni (di colore nazionale e di capelli). Gli anglosassoni sicuramente importarono tantissime innovazioni importanti e significative nella vita cittadina e non solo le nuove monete, le nuove armi e le nuove navi. Ma un sistema politico e sociale nuovo e, più di tutti, il calcio. Il soccer che nacque, appunto a fine 800 nel paese anglosassone fu una delle grandi novità cittadine e lo dimostrano le foto delle partite di calcio che si svolgevano nei primi anni del 900 e che sono presenti sia al museo nazionale della Malesia sia in alcuni piccoli musei a Melaka. L'antica storia del gioco col pallone ai piedi non ha, in nessun modo, favorito i malesiani nella qualità del gioco che al giorno d'oggi rimane ancora di qualità infima.

costruzione cinese melaka da te.

Inutile dirlo che i malesi che hanno provato a liberare la città dal dominio inglese le hanno prese che ancora se le ricordano. Gli stranieri se ne sono andati dal paese e, quindi, anche dalla città simbolo delle dominazioni, nel 1957 durante gli anni della decolonizzazione di mezzo mondo.

 La città di Melaka è stata lasciata allo stato brado e ha perso molte delle sue peculiarità di ridente cittadina commerciale e portuale per essere lasciata alla mercé dei cinesi e dell'apatia dei malesi che ne caratterizzano l'humus sociale ed economico attuale. Quello che è rimasto sono una serie di chiese e chiesette cristiane di varie confessioni, tra cui una costruita un po' storta, qualche residuo di dominazione portoghese, tanti cannoni sparsi nella zona “storica” della cittadina e il mare che, certo, gli inglesi non si potevano portare con se.  A dire la verità gli mbriaconi anglosassoni hanno anche lasciato al paese il loro modo di guidare a sinistra e il campo di calcio che è ripreso in molte foto d'epoca a cui ho accennato prima.

Adesso è una cittadina pressoché molto noiosa con un elevato numero di turisti che ci vengono per una giornata, massimo due perchè in 3 ore si gira tutta la parte turistica, e che dormono in pensioncine che hanno il sapore della dominazione europea.

baracca varani melaka da te.

Passeggiando per il lungo fiume ho anche visto alcuni tra i pezzi peggiori di povertà cittadina che abbia mai visto in questo paese (di povertà rurale ne ho vista davvero tanta per andare a Perhentian) oltre ad una serie di abitanti quasi sconcertanti quali un gruppetto di varani lunghi dal metro ai due metri abbondanti, che si rilassavano proprio al lato di un'abitazione nel bel mezzo di una piccola baraccopoli cittadina.

lucertoloni varani melaka da te.

Tutto intorno un mercato locale e gli altoparlanti delle moschee che ad intervalli regolari emettono le loro preghiere. E si perché se c'è una cosa che gli europei non sono riusciti a cancellare dal territorio e dalle menti della popolazione che lo ha sempre abitato è la religione mussulmana seppur la cittadina è disseminata di chiese cristiane. I resti e la diffusione capillare dell'Islam sono, secondo la mia modesta opinione, gli effetti di quella grande cosa che è l'educazione e la scolarizzazione. I mussulmani sono arrivati per primi e insieme ai precetti religiosi hanno insegnato a leggere, scrivere e far di conto e queste cose sono indelebili per il resto della storia sociale di ogni popolo.

Per quel che riguarda la città in se e per se è caruccia, piccolina, caldissima (ma davvero calda!) e si gira a piedi in 3 ore di orologio. Ci sono una serie di piccoli musei di dubbio valore culturale tra cui anche il museo dell'UMNO, partito nazionalista di governo, che io non ho avuto voglia di visitare. L'unico dove sono entrato è stato il museo della marina che si trovava per metà dentro una nave portoghese interamente ricostruita e che offriva spiegazioni storiche sulle varie epoche coloniali e sulle attività marine e commerciali della città; di carino aveva anche la parte dedicata alle bellezze marine della zona e che era curata dal WWF in quanto l'area è ricca di specie in via di estinzione ma di cui non è dato vedere o sapere di più all'infuori di questo piccolo museo.

Di caratteristico, se così si può dire, in città c'è, poi, la zona cinese che, però, è pressoché unicamente caratterizzata da attività commerciali tranne qualche piccolo, ma bel, palazzo in stile architettonico tipicamente cinese. A ridosso della zona povera che ho visto c'è anche la zona indiana ma, anche lì, sono tutti negozietti e poco altro. Per il resto centri commerciali immensi come ovunque in questo paese.

Una visita alla cittadina è obbligatoria, perché è la più storica del paese ma non vale la pena davvero fermarcisi a dormire perché, apparte il sabato sera in cui si tiene un mercato carino, pare, la sera non c'è davvero niente da fare. Esistono 3-4 bar che rimangono aperti la sera ma quando ci sono stato io non c'era quasi nessuno a parte qualche bianco come me in compagnia che era lì per motivi di lavoro o di passaggio. Al che ti prendi una birretta, speri di chiacchierare con qualcuno ma poi a nanna. Una nota di merito arriva però dalla presenza di un negozio, da me visitato per caso ma da me finanziato con un acquisto, che si chiamava Rastafari e vendeva tutte cose legate all'Africa, alla musica reggae e alla Giamaica. Ho fatto 4 chiacchiere con la commessa ma in questa città non è come KL e l'inglese non è poi così diffuso come seconda lingua. Manco per niente direi...

Dicevo che oltre ad una piccola passeggiata e a qualche nota di colore la città offre ben poco per chi si aspetta, come me all'inizio, chissà quali rimandi alla storia dei viaggiatori e dei conquistadores e delle diverse culture che l'hanno dominata...

 

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postato da lisicere alle ore 14:15 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: viaggi e vacanze, malaysia, storia e memoria, reportage malaysia, melaka, malacca



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