Il paradiso esiste ed io ci sono stato!

Non fraintendete il titolo, non vuol dire che sono morto e poi risorto. Queste cose davvero in pochi le possono fare... E poi diciamocela pure tutta la verità: il paradiso dove sono stato io per certe “entità” sarebbe considerato uno degli angoli più crudeli di inferno. Molto probabilmente è per questo che lo considero un paradiso... Di cosa sto parlando? Avete ragione, ve lo dico subito. Trattasi di un isola nella parte orientale della Malesia, nella parte meridionale del mar cinese del sud... Si chiama Palau Perhentian Kecil che differisce per dimensioni e bellezza da Palau Perhentian Besar. Sono due isolette una di fronte all'altra. Kecil, la più piccola delle due, ha registrato la presenza per un week-end mio, di mio fratello e di Eva. Eva, appunto... Capite adesso il rimando al paradiso terreste con cui ho titolato questo pezzetto di reportage... Non che l'Eva in questione ci abbia indotto a peccare e staccare la mela dall'albero proibito. Io sono un peccatore di professione e la mela è uno dei mie frutti preferiti, per cui fate voi... Semplicemente è stata lei a consigliarmi e poi accompagnarci in questo luogo lontano dal mondo (anche se così pieno di mondo...) che è l'isoletta di Perhentian (la chiamo così direttamente perché il nome intero sarebbe troppo lungo..). Alla mia richiesta di consigliarmi un'isoletta paradisiaca dove passare un fine settimana da sogno la donnina in questione non ha avuto dubbi e ha proposto questo anfrattino di terra semi-selvaggia immersa nell'azzurro-verde mare selvaggio della cina del sud. Mai scelta fu più azzeccata ed è per questo che Eva si merita un ringraziamento particolare per avermela fatta conoscere perché chi se la scorda più adesso... Sto già pensando di proporla a chiunque come prossimo viaggio vacanza, anzi se siete interessati fatemi sapere che si può già incominciare a parlarne.
Di questo fine settimana non starò a raccontarvi fatti, eventi e cronache. Troppo difficile sta volta a causa di una molteplicità di fattori esogeni ed endogeni (guardate che paroloni che uso, il paradiso ha fatto bene anche alla mia capoccia mi sa) come il fatto che nella mia permanenza lì ho completamente abbandonato l'uso dell'orologio. La misurazione del tempo è una struttura astratta inventata nelle società dove bisogna fare qualcosa con il conseguente stress derivato dalla cronica mancanza del tempo e dalle corse fatte per cercare di sfruttarlo il più possibile. “Ma dove corri? Dove vai?” (direbbe Gianni Morandi) Buttati in spiaggia, baciato da un sole cocente e circondato da bellezze naturali di ogni genere (umane e naturali si intende), e rilassati. Vivi la tua vita, non il tempo misurato artificialmente che ti costringe in una serie infinite di peripezie stressanti.

Come stressante è l'uso delle scarpe. Il piede deve essere libero, non solo le menti hanno bisogno di libertà. Perhentian è un'isola dove non si usano le scarpe in quanto non ci sono strade, non c'è niente di niente dove occorre coprire il piede, a meno che non pensi di addentrarti della foresta pluviale dell'isola. Il tutto si svolge sulla spiaggia, unica vera strada e crocevia di vite umane ed animali di ogni genere e sorta. E in spiaggia il piede rimane libero e addirittura tende a liberarsi anche di quel briciolo di protezione che gli si vuole dare usando delle ciabatte. Chiedete ai miei piedi o a quelli di Eva, che sono riusciti a perdere due paia di ciabatte nel giro di due giorni.
A rendere impossibile un racconto serio e dettagliato di questi giorni è anche l'uso delle bevande alcooliche che a causa dei prezzi ridicoli ai quali venivano vendute scorrevano come fiumi nelle menti e nelle panze di chiunque. Se poi considerate che è un posto stracolmo di europei (del nord principalmente: GB, Germania, ecc ecc) potete immaginare quanto si beveva e si socializzava bevendo... Di questa gente ne abbiamo conosciuta di ogni genere, dalle 3 ragazze danesi ai due austriaci; dal sorriso spettacolare di una madrilena alla follia snob della gnoccona indiana-inglese; dall'arrapamento dei due alto-altesini alla coattaggine del gruppetto de romani; dalla “sanguisuga” del Galles alla simpatia delle due tedesche. E poi c'era lui, Buffalo. Un Buffalo Soldier di Bob marleyana memoria in piena regola. Vi spiego meglio.
Una delle cose che hanno contribuito a rendere quest'isola paradisiaca ai miei occhi è la combriccola di rastafari malesi che ne animano la vita notturna. In tutta l'isola ci sono due “bar” aperti la notte che servono alcolici, anzi praticamente 3 ma uno è sempre vuoto anche se è quello che rimane aperto più di tutti. Noi la prima sera ci siamo andati che erano notte stra fonda ormai perché gli altri avevano già chiuso. Insomma, dicevo che c'è una comunità, molto piccola, di rastafari che portano avanti il divertimento serale sulla spiaggia a suon di musiche reggae, dub, ska e rocksteady che è una bellezza. Chi mi conosce sa che le sonorità che arrivano dalla Giamaica, antiche o moderne che siano, tendono ad essere le mie preferite. Mi fanno bollire il sangue nelle vene e mi fanno ballare ad ogni loro nota. E lì c'era solo questo. A dispetto della presenza di questi tizi scarseggiava la presenza di una delle loro sostanze sacre che a tanti di noi ci piace tanto e che, purtroppo, in questo periodo, mi è stato spiegato, da quelle parti è difficile trovarla. Ma ogni tanto, qualche “zaffata” la si sentiva.... Poco male. C'era la musica, c'erano tante persone tutte felici e contente di fare conoscenza e amicizia. E poi c'era Buffalo. Forse il proprietario del baretto, forse uno qualunque ma non per quel luogo. Lui, dall'inizio della serata fino alla fine, era di fronte al bancone a torso nudo e col suo cappello da cowboy sempre in testa a ballare, da solo o in compagnia (compagnia della quale mi vanto di avere fatto parte con una buona foga di sabato sera...) non importa. Meglio di un biglietto da visita, meglio di qualunque vetrina di qualunque negozio, Buffalo, amato e conosciuto da tutti a quanto pare, stava lì a simboleggiare l'isola in se e per se. Un paradiso tropicale animato dalla musica reggae, colorato di verde, giallo e rosso e dall'azzurro del mare (purtroppo non sempre del cielo...) che vive con poco, giusto un paio di pantaloni, un cappello e tanta tanta musica. Uno spettacolo di uomo, un soggettone vero!
Insomma la musica reggae la faceva da padrona e nessuno sembrava dispiaciuto di questo, anzi. Anche perché della gente che stava sull'isola, erano quasi tutti europei (scusate se lo ripeto) e quasi tutti viaggiatori. Viaggiatori di quelli che a 20 anni se ne partono per sei mesi o un anno in giro per il mondo, lasciandosi alle spalle tutto quello che hanno a casa per un periodo abbastanza lungo della loro vita, zaino in spalla e voglia di avventura in testa; prendono e partono. Magari si fermano da qualche parte, fanno qualche lavoretto, si arrangiano e poi ripartono. C'è chi lo fa da solo c'è chi lo fa in compagnia. Ne abbiamo incontrati di entrambi in quell'isola che è davvero un habitat naturale per persone del genere e che offre lavoretti a chiunque ne abbia bisogno. Anche perché di bancomat e cose del genere neanche a parlarne. Lo sportello più vicino per prelevare credo fosse a più di due ore di viaggio... per cui se ci vuoi stare tanto tempo ti ci devi arrangiare e l'isola la possibilità di arrangiarti te la da tutta. Alcuni esempi: 2 bariste belga che avrebbero lavorato lì per due settimane senza essere pagate in soldi ma con vitto e alloggio (e l'alcool al bancone) per cui non avevano davvero bisogno di altro perché non esistono spese in un posto del genere; una greca che lavorava in un negozietto e che erano 3 mesi che stava lì e che tra l'altro mi ha permesso di sfoderare quelle 3 frasi di greco che mi porto dietro dall'erasmus fatto ad Atene; e poi tanti altri... insomma era pieno di gente avventurosa aperta al mondo e a nuove conoscenze cosa che senza dubbio alimenta il fascino già elevatissimo di quell'isola. Se poi pensate che praticamente tutti i malesiani che ci stanno sono rastafari o simili e di mussulmani davvero non se ne nota il tutto si fa ancora più libero e intrigante!
Qui la riflessione sorge spontanea su quanto siamo mammoni e brocchi anzi, letteralmente, “bbrocculi ffucati”, noi ragazzi italiani. Sono davvero pochi i ragazzi e le ragazze che a 20 anni o poco più hanno il coraggio di prendere e partire, alla volta del globo, andando avanti ad arrangiarsi, a lavoretti, a viaggi disagiati a conoscere persone e posti nuovi senza avere niente organizzato e ad affrontare problemi che possono essere di ogni genere. La colpa è sia dei ragazzi che dei loro genitori, secondo me. Senza dubbio uno dei motivi per cui continuiamo ad essere sempre più indietro e sempre più lenti nei confronti delle novità e delle innovazioni in ogni campo rispetto ad altri popoli nostri vicini è proprio questo. Noi vogliamo poter telefonare a casa ad un certo punto della giornata e avvertire nostra mamma che stiamo per tornare e che può “calare la pasta”. Non siamo disposti a rischiare quando il rischio è vero e reale, davvero in pochi sono quelli disposti a prendersi interamente addosso la la responsabilità della propria vita a 20 anni e metterla in balia degli eventi, della sorte e del futuro. I pochi che lo fanno in un modo o nell'altro vanno ad esercitare queste loro peculiarità in paesi che ne accolgono la disponibilità al rischio e all'avventura, come si dice tanto in Tv: “a mettersi in gioco”. Noi invece rimaniamo al calduccio dei nostri piumoni sempre lavati e profumati, disposti a cedere parti delle nostre sicurezze solo in cambio di altre sicurezze, maggiori e già preconfezionate. Ma il futuro bisogna crearselo da soli, anche se spesso è molto difficile. Io per primo pur avendo un sacco di voglie e di spinte, anche perché sono molto curioso su tutto, faccio sempre molta attenzione ai passi che faccio e se è vero che un paio di viaggetti all'avventura, al “virendu facendu”, me li sono fatti, è anche vero che non sono mai durati più di 21 giorni e che erano finanziati con fideiussioni parentali. La qual cosa è completamente diversa dal prendere zaino in spalla e partire. Questo lo riconosco, e dovremmo riconoscerlo un po' tutti e, soprattutto, cercare di non offenderci quando un ministro ha il coraggio (perché in politica per prendere in giro apertamente gli elettori ci vuole coraggio) di dire la verità sui giovani che abitano il suo paese definendoli “bamboccioni”. Generalizzare è sbagliato, ci mancherebbe, ma è pur vero che di bamboccioni siamo la maggior parte e questo è davvero difficile da negare.
Tornando “all'isola che c'è”, oltre ad uno sportello bancomat, era assente completamente la presenza di qualunque genere di forza di polizia come di pompieri e di una simil - guardia medica. La completa assenza di ogni genere di divisa contribuisce a creare quel clima di libertà totale anche se a discapito di un po' di sicurezza, soprattutto per quel che riguarda la questione sanitaria... Bisogna però dire che quando le persone si sentono addosso una responsabilità si comportano in maniera responsabile e devo dire che mi è sembrato che ci si autogovernasse abbastanza bene, anche se non si dovevano decidere le sorti politiche ed economiche dell'isola, a livello individuale mi sembra che filasse tutto liscio. Al massimo ci poteva essere qualche piccolo furto, niente di più perché quando le persone sono più o meno tutti nelle stesse condizioni e tutte seriamente impegnate a divertirsi è difficile che ci siano episodi molto negativi. E poi, il furto è uno dei crimini più diffusi in tutti i paesi del mondo dalle democrazie alle dittature, per cui insomma niente di eccessivo.
Forse dovrei pentirmi un briciolo per non aver fatto nessun tipo di attività tipo diving o andare in giro con la maschera e il tubo (lo “snorkeling”) oppure prendersi un kayak e girarsi l'isola lato mare. Non ho fatto niente di tutto ciò seppur tutto ciò mi affascinava vista l'unicità del luogo. Quello che ho fatto è stato poltrire, rilassarmi sulla spiaggia e dentro un'acqua che era calda più di un brodo, divertirmi la sera e conoscere quanta più gente fosse possibile: uomini e donne quasi indistintamente (nel senso che io puntavo sempre le donne ma alla fine na chiacchierata con degli uomini non l'ho mai rifiutata). Forse il fatto di aver letto, poco prima di partire per
Se decidete di andarci, comunque, chiamatemi che mollo tutto e vengo con voi!!!
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(A)

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